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Lettera a Dio segna il ritorno al romanzo di Vincenzo Pardini dopo il fortunato Jodo Cartamigli del 1989.
In un passato così recente da confondersi con l’attualità, un ragazzo che vive solo della realtà del suo paese viene sospettato dalle forze dell’ordine di collaborare con Regnante, presunto emissario delle Brigate rosse, e si ritrova, suo malgrado, in un susseguirsi di eventi in cui la realtà appare come vera e propria fabbrica kafkiana di artifici e raggiri. Tutto in questo romanzo diventa equivoco, torbido ma terribilmente verosimile e in questo caos l’unico possibile e rassicurante appiglio è la presenza di una natura solidale nella sua inarrestabile ciclicità. Obbligato da un potere lontano e ottuso all’assurda espiazione di un male da lui non compiuto, il protagonista cerca rifugio in essa: così le immagini di un paesaggio tanto aspro e selvaggio quanto magico e remoto prendono vita, acquistano occhi, mani e gambe, diventano anima.
La Garfagnana di Pardini allora da metafora di vicende umane diventa scrittura ed elemento portante della sua narrativa. La lingua ricca, dura, sopravvissuta fa di Pardini uno scrittore senza confronti nel panorama letterario italiano d’oggi.
“Pardini non scrive come si respira, ma come si soffre, si rantola, si stupra, si graffia, si morde: scrive come ci si difende. Un suono simile a un rombo, un rimbombo marziale accompagna le sue parole come uno che parli a voce alta per farsi coraggio”, ha scritto di lui Cesare Garboli.
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