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"Il confine
fra un errore e una battuta valida è spesso sottilissimo
- lo si impara compilando lo score". Lo score è
un sistema di segni e simboli talmente preciso che permette
di vedere una partita di baseball pur non avendola vista.
Riccardo D'Anna scrive questo romanzo come compilando lo
score della sua vita.
Va alla ricerca delle "battute valide", i momenti
felici, gli ideali e le certezze sopravvissute agli anni.
E attraverso una scrittura finissima, una prosa pura e necessaria
come poesia, traccia il confine che separa quelle "battute
valide" dagli errori; gli strike mancati, le mancate
prese al volo, cadere prima di raggiungere casa-base. I
rimpianti. Il dolore. Gli addii.
L'inning dell'infanzia, i buffi tentativi di diventare un
Supereroe dei fumetti, la magia che ogni cosa sembrava possedere,
sono seguiti dall'irrequieto dell'adolescenza, pieno di
colpi di scena, di sfrenate passioni, dominato dalla sicurezza
che ci siano delle risposte e un destino soltanto da scoprire.
Questo spietato mettere nero su bianco non risparmia nemmeno
quella stagione di fede assoluta, l'ultimo e fatidico
inning che vede il sogno trasformarsi in realtà:
il bambino che costruiva col cartone rudimentali guantoni,
il ragazzino che si allenava contro il muro con palline
da tennis sgonfie, diventa il lanciatore della squadra che
vince il campionato.
Bianco su nero compare anche la consapevolezza che non ci
sarà un'altra stagione come quella, che quelle straordinarie
trasferte in treno non torneranno più, che l'entusiasmo
degli spogliatoi si spegnerà in nostalgia, che quei
volti scompariranno, si invecchieranno, che tutto verrà
dimenticato.
Il sogno, uscito indenne dal trascorrere del tempo, aveva
radici lontane, al di là dell'oceano, in una terra
misteriosa e molte volte fantasticata: l'America. Patria
di grandi giocatori, Lou Gehrig, il leggendario prima base
degli Yankees, Babe Ruth, Joe di Maggio, ma anche di grande
cinema, Robert Redford ne Il Migliore, Gary Cooper
ne L'idolo delle folle. E, soprattutto, l'America
della grande letteratura: Salinger, Fitzgerald, Capote,
Fante...
"Scrivere del baseball dopo John Irving, Philip Roth,
Don DeLillo, più che arduo è ridicolo".
D'Anna non si confronta con i monumentali narratori americani,
ma scrive di uno sport che in Italia è davvero per
pochi, che non riempie stadi, che si deve accontentare di
qualche scarno trafiletto nelle pagine sportive. Usa il
baseball per raccontarci un altro gioco, altrettanto assurdo
e meraviglioso, fatto anch'esso "di gesti essenziali
quanto complessi nelle regole": la vita.
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