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libro, qualunque cosa esso sia (concept-book? romanzo a
tesi? tragicommedia umana?), ribadisce il dilemma che alla
figura del padre è ovunque e da sempre sotteso.
Ettore torna dalla battaglia e, dimenticate le armi indosso,
spaventa il figlio: c’è già nei versi
di Omero l’inadeguatezza di ogni uomo al ruolo di
padre. Un ruolo che lo vuole spietato vincitore all’esterno,
ma tenero e “pio” in casa. Chi è capace,
oggi come allora, di calarvisi e innaturalmente vivere sull’equilibrio
di un paradosso?
Ecco dunque che l’uomo si fa maschio “empio”
(Achille) o cede all’arrendevolezza delle mura domestiche
(Paride): si spoglia in ogni caso del proprio ruolo sociale,
scaraventando la prole in una spirale di Eterni Ritorni.
Prima che orfani di un padre morto perciò, sono oggetto
di un’istintiva rinuncia i personaggi che, di un’umanità
trasversale (uomini e donne, adulti e bambini, etero e omosessuali,
ebrei e gentili), popolano il libro. E scardinando cliché
abusati, testimoniano di come proprio la fame di padre allontani
chi a soddisfare quella fame è chiamato, e non viceversa.
Di chi è figlio quindi, di chi lo è stato
e di chi lo sarà questo libro racconta. Di chi, senza
padre, se lo è dovuto dare. E di chi, di là
dello specchio, fa cenno d’assenso ma poi ritira la
mano. Perché se “il Figlio e il Padre sono
una cosa sola”, è pur vero che “il genere
umano non può sopportare troppa realtà…”.
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