| Premio
Carver 2006
Ci sono persone
che per tutta la vita cercano di capire se stesse. E non
tutte ci riescono, alla fine.. Bene! Valerio Bartolucci
può smetterla di continuare a porsi l'angosciosa
domanda: "Cosa farò da grande?", e cominciare
a dar forma e contenuto alla risposta più ovvia:
"Io, da grande, racconterò storie!". E
questa raccolta di undici racconti ne è la prova
più lampante da esibire di fronte al tribunale della
Storia (o, molto più modestamente, di fronte ai display
delle librerie…).
Autore cosmopolita, sospeso tra vecchia Italia e nuova America,
tra ricerca di termini insoliti o desueti (mi è molto
piaciuto il ripescaggio di "compartire" nel senso
di "condividere"), tra recupero delle tradizioni
più remote della campagna marchigiana e ambientazioni
nelle avveniristiche ville californiane, Bartolucci scrive
lettere, pagine di diario, cronache di avvenimenti che sono
già sceneggiature cinematografiche, perla precisione
minuziosa delle descrizioni di persone, luoghi e situazioni,
per l'intensità della rappresentazione ("la
mia rabbia sembrava la chiara dell'uovo sotto l'opera della
forchetta di uno chef terribilmente in ritardo con la cena",
racconta nel triste Se ancora c'è domani,
o addirittura "ho sentito le vostre ossa scricchiolare
nel tentativo di diventare grandi," nella Lettera
ai miei due figli). Ma qui mi piace mettere in risalto
la sua capacità di considerare le circostanze da
un punto di vista insolito. In una delle sue "storie"
è il ragazzino a rimorchiare l'adulto, il prete sessantatrenne,
che fa la figura curiosa e perfino patetica della povera
vittima ("la mia caccia era iniziata e ora dovevo solo
aspettare il momento opportuno", in Altri sensi
di colpa)!
Bartolucci oscilla tra genere noir e divertissement, mettendo
in scena una rappresentazione talvolta triste e talvolta
spassosa ma sempre realistica, di una certa omosessualità
che, in qualche episodio, sconfina nella "froceria".
la messa per il funerale di Vittorio è un esempio
illuminante di questo modo di fare dissacrante, ironico,
al limite della blasfemia.
Una frase molto
commovente, invece, e che a tutti noi avrebbe fatto piacere
ascoltare dai propri cari, è contenuta ne Il
regalo della nonna: "Io ti conosco e penso che
se una persona buona, brava e intelligentecome te lo è,
allora non ci deve essere niente di male. Perché
so che tu non faresti mai niente di sbagliato". Invece,
la motivazione più convincente del perché
si deve partecipare al Gay Pride è forse contenuta
nel racconto È da quel giorno di settembre,
cronaca crudele di un suicidio nel quale ognuno può
ricordare il proprio tentativo mai concretizzato di togliersi
la vita, e compiacersi o compiangersi per non averlo fatto.
Massimo
Consoli
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