| Diego,
Katia, Frank, Anna, Roberto, Marta: un gruppo di ragazzi
in una valle secondaria del Trentino. Sono molto giovani,
ma lavorano tutti, nessuno di loro è figlio di papà.
Diego fa il guardaparco, vorrebbe che il bracconaggio fosse
sgominato, vorrebbe che il nuovo direttore del Parco si
imponesse sui potentati degli impianti a fune. Marta si
batte per far andare avanti il suo malandato allevamento
di trote ereditato dal padre alcolizzato. Ma le notti sono
tutti uguali, e dopo il lavoro non rimangono che le birrette
e i tornei di freccette, e poi la discoteca. Non rimane
che ubriacarsi fino a non stare più in piedi, drogarsi
fino a vedere i ciottoli del lastricato palpitare come cellule
viventi. Non rimane che andare a raccogliere i funghi allucinogeni.
Soprattutto in un inverno così diverso dagli altri,
un inverno senza neve. Un inverno di pioggia e muffe. Un
inverno senza Andrea, morto cercando di attraverso con il
suo scassato fuoristrada un torrente in piena. L'acqua scura
e gelida del torrente ha riempito i polmoni di Andrea, ha
annegato l'entusiasmo di Diego, ha fatto ammalare le trote
di Marta. Andrea è morto per gioco, e il gioco della
vita diventa sempre più violento. Violenta la passione
di Katia, che si è appena sposato con Diego, per
il biondo bello e tenebroso che le fa la posta seduto al
bancone del bar. Violenta l'amicizia, violenta la gelosia,
violento il sesso, violenti i sogni struggenti di un futuro
più felice. Giacomo Sartori ci porta tra montagne
e boschi agli antipodi da quelli delle immagini patinate
delle pubblicità per il turismo: un'atmosfera claustrofobica
riprodotta e accentuata da una scrittura serrata, fatta
di frasi spezzate, periodi che si accortocciano su se stessi,
parole secche e crude.
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