La
prima identitą forte di Giuseppe Donnini č quella di slavista,
traduttore e saggista dal russo fino dalla prima metą degli
anni trenta. Il lavoro complessivo di Donnini si č svolto
nella solitudine, l'intero percorso esistenziale ne fa fede,
il sentiero della sua biografia č interno, essenzialmente,
alla geografia delle traduzioni, dell'insegnamento e della
scrittura in proprio. Da quella particolare distanza da
cui Donnini osservava e percepiva il mondo sono nati gli
esiti di una testimonianza affidata alla parola della poesia
composta in un susseguirsi lento ed avaro di frammenti che
spesso assumono il valore di schegge di un diario senza
date, pagine che fissano il passaggio dei piccoli eventi
personali prima che franino nel precipizio tragico dei quotidiani
abissi del niente: "Nulla senti, / nulla sai, / ignaramente
impavido: / e alto grida la minaccia il vento, / e i rami
allarga l'albero del fulmine / lungo la strada dei tuoi
giorni uguali."
Poesia coltivata nella segretezza e nel pudore, nella decenza
e nella dignitą proprie di chi sceglie, dell'essere in disparte,
tutto il peso e tutto il privilegio, consapevole del limite
e troppo avveduto per non definirsi, sempre, nel cono d'ombra
dei modelli, per non temere, di quei modelli, il peso e
la presenza. I suoi versi abitano lo spazio discreto dentro
il vasto corpo del lavoro di traduzione; sono un breve sentiero,
una via bianca che percorre, nella luce silenziosa, le stagioni
di quell'esperienza e della propria esistenza segnata dalle
soste della parola, dai suoi "salvataggi", protetta, grazie
a quella misura di isolamento e di servizio nei confronti
del proprio mondo, da una voce che nomina e riconosce, che
indica e ricorda preservando dalla dimenticanza. Il lavoro
in versi di Giuseppe Donnini č un'isola di dolente inquietudine
in questo secolo che gli concede ascolto sul finire.
Francesco Scarabicchi |