È
un fatto eccezionale, in tempi di minimalismo lirico, imbattersi
nell'opera di un poeta prepotentemente epico, cioè
fino in fondo radicato in una condizione di classe, vincolato
con la sua parola ad una dimensione comunitaria. L'orizzonte
di Luigi Di Ruscio è da sempre la polis, il luogo
da cui si parla (Fermo o Oslo, non importa), è la
parte degli ultimi, degli sfruttati e cancellati dalla storia.
Lì scopre ogni volta che la parola può essere
testamento e arma, punto di svincolo dalle leggi di Capitale
e Mercato, dalla normalità omicida dell'economia
politica. Per questo i suoi versi sono percussivi, trascinanti,
persino fisicamente gioiosi, pure se, come è detto
in conclusione della presente raccolta, "il tutto risulterà
una variante della stessa angoscia". Ma una variante
di continuo incandescente. Associando nel titolo l'idea
dell'intransigenza e l'etimologia di un'origine geografica,
Firmum è il libro di una lunga traversata, un diagramma
mobilissimo che dal dopoguerra (anni di derelizione e tuttavia
di grandi aspettative) sfonda le pareti opache ed insonorizzate
dell'oggi, ormai dentro al tempo della globalizzazione e
del cosiddetto pensiero unico: lo compongono i testi d'esordio
(Non possiamo abituarci a morire, del '53, ridisposti
secondo cronologia) e a seguire di Le streghe s'arrotano
le dentiere (del '66, liberamente riscritti), insieme
con altri dell'ultimo decennio, parecchi dei quali provenienti
da Enunciati ('93); integrano il volume le complici
testimonianze di Franco Fortini e Salvatore Quasimodo, che
già accompagnavano le prime due raccolte. Ora è
dunque possibile rileggerle come tessere musaiche di un
solo poema, nella cadenza che alterna tristezza filosofica
e dirompenti ilarità corporali. Versi ora incisi
su selce ora plastici e convulsivi, a trasmettere la verità
di un poeta mai riconciliato: versi che rimangono pure se
(dice Joyce, un maestro che ne anticipa la mobilità
linguistica) noi non abbiamo più speranze di una
palla di neve all'inferno.
(Massimo Raffaeli) |