Dalla nobile provincia
poetica delle Marche, su cui domina il grande, compianto
Franco Scataglini, ci viene incontro un poeta nuovo: non
perché inedito ma perché, temo, ancora troppo
poco noto. Le forme predilette di Scarabicchi sono i racconti
minimi e gli epigrammi, che si cristallizzano nell'ultima
sezione, epigrammi per così dire pieni, non vuoti;
e brevi sono anche, in assoluta prevalenza, i versi. Un
piccolo emblema di questa brevitas è il Sasà
della lirica omonima, "seme" "di un nome
lungo". Questa rastremazione formale s'incontra col
tema predominante nel libro, vale a dire i ricordi, la continuità
o meglio l'invasione del passato nel presente, e lo rifila,
lo riduce ai minimi termini e alla sua essenza, cioè
a barlumi (proprio per questo più pungenti) non a
ricostruzioni organiche. Nulla di sorprendente perciò
se, in questo schiacciamento del presente da parte del passato,
l'io poetante appare un ospite, e le parole chiave sono
niente, nessuno coi loro correlati figurativi della neve,
della nebbia o bruma, del vento stesso. Ma c'è qualcosa
che ritrae quest'ospite al di qua del nichilismo, e sono
le "voci delle cose", l'attenzione del suo sguardo:
come già dichiarano i titoli la poesia di Scarabicchi
è anche piena di realia (compresi quelli toponomastici
che lo àncorano a luoghi precisi); se non lo riempie,
almeno lo sfiora, scivolando via, una vita minimale autentica
di luoghi, vegetali, stagioni, presenze femminili. Questo
incontro fra nichilismo e realismo autobiografico, o meglio
questo vivere nell'ombra delle piccole cose quotidiane,
delegando il significato della vita al passato, sono l'insegna
di Scarabicchi, e forse di tanta poesia della sua generazione.
(Pier Vincenzo Mengaldo)
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