"Chi ha toccato /
il freddo polare non ha / più la forza di parlare,
/ soffia per scaldarsi le mani". Questo è il primo
gesto impresso da Marco Ferri, che già in Nero
il bianco (1994) aveva strenuamente esplorato i ghiacci
sociali, in un reportage antropologico senza solennità
né pathos, con decenza di cuore. Ma ora in Dove
guardi, il suo libro forse più completo, la rigorosa
ricerca trova una voce più virilmente affettiva.
Si susseguono anche qui le inquadrature sottili da fotoreporter
della vita interiore, vibra ancora il discorso sull'uomo
ridotto a cosa sognante: "il respiro dell'hardware", il
televisore che brucia sul terrazzo, i neon delle compresse
famiglie. Ma al contempo la scena è battuta da un
vento di altri mondi, quasi da una metafisica pioggia di
cristalli, in un'apocalisse tuttavia trasparente, per cui
la vita sembra continuare com'era prima. Il poeta sa bene
che non può essere così e la scruta ansioso
e attento giacché: "Forse l'esistenza è più
avanti / di chi la pensa", e si può captare meglio
guardandola, fin dove il coraggio arriva.
Il libro percorre sul piano meditativo e su quello narrativo.
Poesie di riflessa intensità (Estinzione)
si alternano, in un saliscendi di tensioni e sollievi, a
micro-racconti (Dove guardi), in uno dei quali
appare una donna con la faccia insanguinata, alla quale
il narratore offre un secchio per lavarsi: l'acqua diventa
scura e lei sparisce. Versi pieni di grazia e di amore sul
legame tra i vivi e i morti (Disabitare) seguono
semiprose allarmate (Ultra), con paesaggi urbani
alla maniera di Sironi e piani-sequenza che ricordano il
primo Wenders. Ma poi l'autore respira finalmente la Terra
intera: "questo pianeta vicino che odora / come un libro
vecchio, / o lontanissimo, quasi freddo / con iscrizioni
e timbri a secco, / marchiato come un animale" (da Terra
e sabbia).
Così il suo sguardo torna sulla nostra "azzurra fatica",
raccontando storie di addii troppo salati per essere detti
e di gente colpita e aperta che ci somiglia.
(Enrico Capodaglio)
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