Da parecchi anni conosco
Gabriele Zani e il suo lavoro di poesia e mi ha sempre colpito
la sua strenua, quasi eroica fedeltà nel perseguire
un ritmo intimamente narrativo la cui verità formale
si nutre con ogni evidenza d'una sofferta verità
autobiografica riuscendo tuttavia ad evitare con rabdomantica
sicurezza sia il trabocchetto della tentazione elegiaca
sia quello d'un abbandono troppo fiducioso al valore consolatorio
e assolutorio della memoria. Anche quando (ma succede di
rado) non sono declinati al presente grammaticale, i suoi
"racconti" si svolgono in un presente effettivo,
sostanziale, molto spesso drammaticamente e angosciosamente
vischioso, capace d'improntare di sé ogni minima
fibra e articolazione della pronuncia e di rendere quest'ultima,
fra l'altro, solidamente e inconfondibilmente personale,
al di là delle pur rilevabili tangenze con la vocalità
di un maestro (maestro, d'altronde, di quasi tutti noi)
come Vittorio Sereni e dell'appartenenza ideale ed affettiva
di Zani a quella vera e propria "scuola di Cesenatico"
della quale dovranno occuparsi a fondo, se vorranno intendere
davvero e senza indulgere a schemi prefabbricati la poesia
italiana degli ultimi decenni, i critici e gli storici futuri.
(Giovanni Raboni)
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