Khadija

Gabriella Bona

Livorno, fine Ottocento, una fuga precipitosa dopo il duello in cui Giuseppe Pastacaldi ha ucciso l'amico più caro. Quella macchia di sangue sul bianco della camicia, gli amici lontani, l'amore per la donna che ha dovuto lasciare, la città in cui ha vissuto: dolore, rimpianto ed emozioni profonde sono i compagni di viaggio sulla nave che lo conduce in Africa, in un continenteche tenta di difendersi dall'invasione coloniale dei paesi europei, dalla fame, dalle guerre interne e Aden, la città dove vive la sorella che lo aspetta in "una terra che vibra di una musica che non hai mai sentito". Aggregato ad una spedizione geografica, per raggiungere la costa arabica e il continente africano, le grandi distese di sabbia e il rigoglio della natura, finoa lla città sacra di Harar e all'incontro con Khadija, la nonna etiopica orono dell'autrice. È un'Africa bellissima e atroce: "questo paese è ai confini del mondo e vive una sua bellezza evangelica, sommersa a momenti da una disperazione apocalittica. Di questo gli europei non capiscono granché. Qui assistono allo svolgersi di una storia antica, eterna", una storia in cui le carestie creano situazioni che un europeo vive con angoscia e incredulità, quando " ogni mattina ammucchiano cadaveri sotto le mura. A quei corpi sono già state rubate le vesti. Iene e avvoltoi strapperanno loro l'ultimo filo della vita[ ...] Compito che la città considerava con timore misto a gratitudine che di tutti i cadaveri che la carestia portava con sè non avrebbe saputo che farne", ma anche piene di profumi, di suoni, di spazi aperti, di città fantastiche, di donne bellissime. E il protagonista si ritrova in una posizione in cui non si riconosce:" mi chiedevo cosa sarebbe stato per me più bruciante, la vergogna di aver abbandonato la terra mia per non finire in prigione o diventare un conquistatore?" l'autrice ricostruisce con affetto ed eleganza una storia lontana, nel tempo e nello spazio, anni difficili, un amore non convenzionale per quei tempi: " ho iniziato questo viaggio dentro l'Africa sulla spinta di un esotismo familiare. Un nonno che si perdeva nell'Africa di fine secolo, la cui storia si intreccia con l'inizio delle colonie e i primi viaggi di esplorazione in un paese antico. L'Etiopia, regno di Aksum e della regina di Saba, e una nonna di una tribù orono, di nome Khadija Ahmed Youssouf' nella città di Harar " coagulo di etnie che l'Unesco ha dichiarato patrimonio dell'umanità. E ci racconta l'amore di Giuseppe che " é un incontro con l'Africa, cioè con quella parte di sé che sempre racchiude il sentire fisico dell'essere primitivo. Quel sentire di cui ora sembra deprivato l'uomo del nuovo secolo".



Nell'Africa e nel cuore

Giuseppe Marchetti, La Gazzetta di Parma

Khadija, esordio narrativo di Paola Pastacaldi

Come ben sappiamo, il romanzo nasce in gran parte dalla conversazione e dall'avventura. Lungo questi due filoni di tesori, di ricordi e di memorie, il romanzo ha colto infiniti spunti. La cosa importante, però, è che questi spunti non restino fini a se stessi, non restino diario o cronaca. Perché questo non avvenga, occorre che lo scrittore immagini la propria vicenda e la racconti come se l'inventasse, o almeno ne inventasse le parti più suggestive e significative. A questo compito rigoroso e fondamentale per la vita del romanzo, s'è accinta Paola Pastacaldi realizzando, dopo una serie fortunata di altri volumi, il suo primo romanzo, Khadija, pubblicato da peQuod editore in Ancona. Paola Pastacaldi è trevigiana, ma la nonna paterna è di Harar e questa origine è una delle ragioni lontane ma tenaci del romanzo. Vive a Milano e insegna Analisi critica della Stampa alla Cattolica. Qualche anno fa, assieme a Bruno Rossi, pubblicò un libro curioso, Hitler è buono (Longanesi editore) con l'antologia dei pensieri dei bambini cresciuti a metà Novecento in Italia, e successivamente C'era tutt'altra cosa (Guanda, '95) dove veniva analizzata la storia fantastica delle favole per grandi e piccini, come si dice. Con Khadija, però, il ritmo cambia e l'evidenza della narrazione prende un'altra e ben diversa suggestione. Torniamo sulle rotte dell'avventura. Paola Pastacaldi ha una ricca e invadente fantasia, tutti i particolari della storia che narra vivono in una sontuosa vibrazione di sentimenti e di emozioni, il suo scrivere pastoso e svariante non ha cedimenti e le descrizioni - a partire dall'inizio del libro con le pietre sepolcrali, le nuvole, la valle, la roccia scura di Aden e le stuoie di corda - si succedono con un ritmo incalzante. Chi narra è Giuseppe, fratello di Ottavia, che vive ad Aden dove è sposata con il console italiano. Giuseppe fugge ad Aden per non venire arrestato dopo un omicidio commesso involontariamente. Ma proprio questa fuga gli consentirà di immergersi nella lontananza misteriosa e affascinante di un mondo che gli è completamente sconosciuto. È un mondo che fa scaturire ricordi e colori diversi: "Al mattino un orizzonte di malva, serpeggiante ai bordi di un deserto color canapa, riempì i nostri cuori di presagi, lasciandoci emaciati in volto e un cuore pieno di angosce". È un mondo che spinge la narratrice anche a forzare i toni descrittivi e a caricare le immagini di pesanti e reiterate aggettivazioni: "Mi tornavano alla mente i cieli stellati e il candore della luna e i suoni notturni delle acacie mosse dal vento, il tambureggiare della sabbia sulle nostre vesti e il brusio degli insetti dentro le foreste di euforbie". Come in certi quadri tempestati di colori e figure emblematiche care agli esploratori di fine Ottocento, anche Khadija è un romanzo di atmosfera dove fosche visioni, speranze, illusioni, trasalimenti, viaggi, commerci e passioni s'alternano scambiandosi i ruoli "con ardore, tenerezza e amore" in un affascinante peregrinare. Giuseppe segue questo suo destino verso Harar "metafora di altri viaggi interiori" e Khadija è la sua guida affettuosa ma implacabile. All'interno di questo meccanismo che scatta rigoroso ad ogni snodo dell'avventura, Paola Pastacaldi pone i risvolti ad uno ad uno semplici ma incontrovertibili di una paziente ricerca umana la quale a tratti si trasforma in romanzo e a tratti, invece, resta fissata ad una superficiale, seppur fastosa, immaginazione. Dunque, tra paesaggi di vita e di morte e con una tensione che continuamente immerge l'amore di Giuseppe "ancorché erotico e sentimentale" in un incontro con l'Africa continente primitivo dello spirito, la Pastacaldi sperimenta la gioia di una narrazione che torna verso le proprie origini, lungo l'asse sicuro di un mito familiare, recuperato come un segreto patrimonio e un tesoro di vicende straordinarie.





Lucia Compagnino, Secolo XIX

Un amore fine secolo nell'Africa selvaggia

Uno spunto autobiografico per un romanzo dedicato all'Etiopia di fine Ottocento, esotico e pericoloso oggetto del desiderio di esploratori, commercianti ed aspiranti coloni. É la stessa Paola Pastacaldi, giornalista e scrittrice, a spiegare la genesi del suo nuovo romanzo, Khadija (Pequod, pag.250, euro 16), che racconta l'incontro e l'amore fra suo nonno e la splendida quattordicenne che diventerà sua moglie: "Ho iniziato questo viaggio dentro l'Africa sulla spinta di un esotismo familiare. Un nonno che si perdeva nell'Africa di fine secolo, la cui storia si intrecciava con l'inizio delle colonie e i primi viaggi di esplorazione in un paese antico, l'Etiopia, regno di Aksum e della regina di Saba, e una nonna di una tribù oromo di nome Khadija Ahmed Youssouf". La vicenda si apre sul protagonista Giuseppe in fuga da Livorno per evitare il carcere dopo aver ucciso in duello il suo migliore amico in una scena che ricorda l'Eugenio Oneghin di Puskin. Lasciati gli agi da studente della buona borghesia, è diretto ad Aden, dove abita sua sorella Ottavia che ha sposato il console italiano. Ma l'incontro sul vapore coi membri di una spedizione geografica diretta ad Harar, città cinta da mura e abitata da iene, (che ricalca la vera impresa del conte milanese Gian Pietro Porro, finita tragicamente in un bagno di sangue) lo invoglierà a procedere verso l'interno del paese, che via via lo conquista con i suoi odori e colori, selvaggio e potente simbolo di quello che prima dell'invenzione del politicamente corretto si sarebbe tranquillamente chiamato esotismo della "negritudine". Eccolo allora nel caravanserraglio del Cairo e in un hammam, fra richiami dei muezzin e letture dal Corano e da Le Mille e una Notte, sul canale di Suez e lungo silenziosi deserti sino ad Harar, la santa città dalle cinque porte, cuore del mondo islamico dove "tutto è cinque: cinque il numero delle ore della preghiera, dei beni per la decima, degli elementi per il pellegrinaggio, dei tipi di digiuno, delle abluzioni, cinque le vendette tribali". Cinque come le dita di una mano e come le delizie di cui l'uomo può godere: "delizia per un attimo é il coito, delizia per un giorno il bagno, delizia per una settimana l'applicazione della nurà, la pasta con cui ci si depila, delizia per un anno il matrimonio con una vergine e delizia senza fine in questo mondo l'intrattenersi con gli amici". Sarà proprio ad Harar che Giuseppe conoscerà Khadija, che gli viene offerta in dono dalla nobile famiglia cui appartiene. Intimidito dapprima dalla sua bellezza in fiore e dal fatto di non parlare la sua lingua, finge di ignorarla studiandola di sottecchi, finché non capitolerà ad un sentimento che non può più negare, quell'amore che per l'autrice é anche "un incontro con l'Africa, cioé con quella parte di sé che sempre racchiude il sentire fisico dell'essere primitivo. Quel sentire di cui ora sembra deprivato l'uomo del nuovo secolo".





(p.d.), Stilos

Sulle orme del padre in Africa

Aura ottocentesca e intimismo novecentesco per una storia di un triplice viaggio, geografico, interiore e narrativo, nella quale Paola Pastacaldi, autrice di Khadija, cede al richiamo dell'esotismo familiare, essendo la scrittrice nipote di Giuseppe Pastacaldi, che nell'Africa italiana di fine Ottocento si occupò di fondare un'agenzia commerciale e di trasmettere informazioni al governo italiano dalla città sacra di Harar. Con la curiosità della giornalista la Pastacaldi si addentra in un mondo misterioso e affascinante verso il quale si muovevano diplomatici, avventurieri e gente comune, e dietro al quale, sullo sfondo storicamente documentato, stanno suggestioni musicali, letterarie e pittoriche.





Alessandra Iadicicco, Il giornale

La mia Africa esotica e barbarica

La protagonista del romanzo è l'emblema sconosciuto della femminilità

L'esordiente Paola Pastacaldi racconta in Khadija la storia vera della nonna,nobildonna d'Etiopia

Khadija è il nome di una donna, il nome di una nonna. È il nome del romanzo che la nipote, scrittrice italiana, ha intitolato alla progenitrice africana vissuta nell'Etiopia di un secolo fa. Una storia vera: vero è infatti che Paola Pastacaldi, di toscana famiglia e trevigiana natività, discende da Khadija Ahmed Youssouf, nobildonna della tribù oromo di stirpe patrizia ed esotica estraneità. Vero anche, documentato dalle cronache dell'epoca, che il nonno paterno, Giuseppe Pastacaldi, partì dalla Pisa di fine Ottocento. reo e fuggiasco per aver commesso il più grave dei delitti, l'omicidio in duello del migliore degli amici. Clandestino a bordo di una nave di esploratori salpata da Livorno per entrare nel Continente Nero dalla punta del Corno d'Africa. Adepto malgré soi in un viaggio d'iniziazione più che di scoperta, per il quale nessun capitano di ventura poteva aprirgli la rotta. vero, infine, che una radice non remota (vecchia tre generazioni) ma profonda, scende nel suolo etiope ad allacciare la scrittrice veneta alla terra inverosimile di Harar, al fiabesco "Promontorio degli Aromi": per alimentare di linfa sostanziosa e reale la sua penna di favolista. Il libro, infatti (Khadija, peQuod, pagg. 240, euro 16), è un debutto nel romanzo per l'autrice di racconti per ragazzi C'era tutt'altra volta (Guanda) e L'indirizzo delle fate (Longanesi). E romanzo è. Non il resoconto di un'esplorazione: anche se i consultati bollettini della Società Geografica e Commerciale comprovano ogni emozionata e "fittizia" descrizione. Né un diario dei ricordi di famiglia: anche se le linee delle mappe storiche riprodotte nel volume potrebbero intrecciarsi con le ramificazioni e gli innesti di un albero genealogico familiare. Romanzo con postfazione: compilata, chissà, per dissipare una timidezza di debuttante e relegata poi saggiamente in epilogo. Perché le informazioni e i complimenti che sembrava doveroso fornire al lettore, ogni lettore raccoglie tutte nella traversata della narrazione. E quanto in citazione si dice nell'appendice, con le autorevoli parole dell'esploratore inglese Richard Francis Burton - "Quegli uomini partirono un secolo fa con un solo scopo: mettere se stessi e il loro mondo borghese di fronte alle magnificenze del resto del mondo" - è detto anche megliio nella prosa di colei che, nei panni di quegli uomini, del padre di suo padre che partì un secolo fa, si è messa per raccontare:"Harar, la Roma d'Etiopia, prendeva i vizi del mondo occidentale e ne faceva disegni arzigogolati, consegnandoli a una complessità di significati nei quali era necessario perdersi per ritrovare se stessi".

Tre righe per dire quanto accadde al protagonista di Khadija: al nonno Giuseppe che, di Khadija innamorandosi, si ritrovò. È quel che accade anche a colei che a giuseppe ha prestato la propria voce per fargli raccontare in prima persona la sua storia? A lei l'abbiamo chiesto, che con il consanguineo e omonimo Pastacaldi si è messa in viaggio per ritrovare, da "Paola", un modo altro, del tutto diverso, di femminilità. A quale dei due (aviti!) eroi più rassomiglia? "A entrambi e a nessuno dei due"(non) risponde la scrittrice: liberandosi immediatamente dalle trappole ambigue delle somiglianze di famiglia. "Il nonno non l'ho conosciuto mai: rapito dalla città sacra, non ne è mai tornato. È morto nel '21, ed è seppellito là, ad Harar". E Khadija conserva ancora il suo enigma: ha la pelle di un colore diverso, parla una lingua intraducibile, è devota a una fede indefinibile. "È mussulmana o copta?", ancora si chiede la nipote: "Figlia di una tribù di religione islamica, entra in scena con una croce in mano". Diversità, religiosità, scoperta: tre parole chiave per dischiudere tre dei motivi di fondo che risuonano in tutta la storia. Scoperta: di per sé forse, certo non solo del proprio passato. "No, il discorso familiare era interessante: abbastanza da fornirmi uno spunto. Ma il tema personale, per quanto fatalmente coincidesse con il mio destino, andava abbandonato. E la scoperta si è disvelata tutta esplorando la terra africana". Sul campo? "In biblioteca! solo molto più tardi sono partita: dopo dieci anni di ricerca. Concentrata su una piccola fetta di continente e su uno spaccato ristretto di storia: non l'Africa, né l'Etiopia, ma la zona di Harar. Non l'intera vicenda coloniale italiana, ma uno stretto giro d'anni: corsi fra il 1880 e il 1920". Non è poco, perché in quegli anni la cinquecentesca città mussulmana serrava ancora (e già) tra le sue mura il prodigioso coagulo di etnie che le ha meritato il riconoscimento, da parte dell'Unesco, di patrimonio dell'umanità. E l'incursione tra quelle genti di Giuseppe bastava a rivelare l'atmosfera di un'epoca e la struttura di una civiltà: un senso del sacro quasi seducente che si respirava con gli Aromi del Promontorio, risuonava al crepuscolo col richiamo del muezzin e si ascoltava nella recitazione dei versetti del Corano, poetica ed evocativa come le pagine lette ad alta voce la sera della gente nel deserto. Attratto dal miraggio di un Altrove - "Harar, ancora lontana, viveva nei miei pensieri avvolta da un'aureola di luce diafana e quieta" - Giuseppe vive, dolorosamente, lo spaesamento in una cultura ignota: "Deve morire a se stesso, e perdere tutto quello che ha e che sa per rinascere a un incontro". E l'incontro arriva tardi. Khadija, nel romanzo, è lontana, come la città murata. Compare quasi nel finale, preceduta però da due sorelle "impossibili": imparentate a lei (e l'autrice) solo dall'esser donne. Florence, l'inglese pensosa e carnale, con quelle "sopracciglia lunghe e folte che raccontavano i una forte profondità di pensiero", scrive Paola. E la sorella di Giuseppe, Ottavia, sposata al console, toscana trapiantata, "smarrita in un mondo barbaro carico di bellezza". Élite intellettuale,aristocrazia diplomatica: contrasto o complemento al patriziato tribale dell'eroina mora? "Sono tre volti diversi di una stessa donna. Dovevo scorporarla in tre figure per fare luce sulla mia idea del femminile", dice Paola. Luce iridata, diffratta e infine nera, come la pelle di Khadija: "lei è bellisssima - negli occhi della nipote - : non schiava ma libera e nobile, forte, intelligente e maliziosa: perla nera e selvatica, emblema sconosciuto di femminilità".






Massimiliano Chiavarone, Corriere della Sera

Un viaggio dello spirito da Livorno all'Africa

Una macchia rossa su una camicia e una mano su una pistola. È ciò che vede Giuseppe, giovane studente di Livorno. La mano è la sua, il sangue è quello del suo migliore amico. da quel momento in poi la sua vita subirà una svolta radicale. Il senso di colpa sarà trasfigurato in un viaggio in Africa. Prima fuga poi percorso iniziatico e infine luce, quella che irradia l'amore e un'umanità più piena e matura. In Khadija, primo romanzo di Paola Pastacaldi, l'autrice gioca in casa. Attinge alle memorie intime e infantili, per raccontare la storia di suo nonno, Giuseppe appunto, e di sua nonna Khadija, della tribù oromo che annovera i tipi etiopici più puri. La vicenda ambientata tra Otto e Novecento, inizialmente a Livorno, cresce innestandosi con l'epoca del sorgere delle colonie e dei primi viaggi di esplorazione in Paesi lontani e ritenuti remoti. Il risultato è un caleidoscopio di profumi, odori, dolcezza e violenza, quasi a toccare con mano la fisicità dell'Africa. "Quel mondo che sembra privo di suoni, se non quelli del mare e degli uccelli e che sa arpeggiare una scala di note sconosciute", racconta Pastacaldi e che svela "una terra che vibra di una musica" che Giuseppe non ha mai ascoltato, come gli scrive la sorella Ottavia, invitandolo a raggiungerla. Dalla traversata del Mar Rosso alla costa arabica e poi all'Africa, lungo la via degli schiavi per giungere al promontorio degli aromi, l'antico regno di Adal e infine Harar, città sacra che "vive una sua bellezza evangelica, sommersa a momenti da una disperazione apocalittica". Lungo la strada (e le pagine) incrociamo meraviglie e orrori, insieme a personaggi tratteggiati con grande capacità come Florence, esploratrice ed emblema di una libertà di pensieri e azioni (al femminile) molto in anticipo sui tempi. Su tutti emerge Giuseppe e la sua crescita interiore la cui regia è affidata a Khadija, che nel corridoio simbolico del romanzo assume il ruolo della madre terra, dea Africa, con cui l'uomo scopre un sentire fisico e spirituale, adulto e vitale. Da segnalare anche i passi in cui l'autrice lambisce l'ars erotica come quando scrive di quella schiava "dal corpo dal pallore magico", rivelando di conoscere i segreti di una scrittura che tende verso il desiderio senza mai essere volgare.






Il Foglio

Khadija

"Aden giace sopra una penisola vulcanica brutta e arida, una roccia tuffata nel blu". Aden è la meta, obbligata e subita, del viaggio di Giuseppe, studente universitario che una notte a Livorno, per uno scherzo malinteso, uccide Eugenio, migliore amico e compagno di studi. Quella notte stessa, per salvarlo dal carcere, gli amici imbarcano l'omicida involontario su una nave diretta in Africa. Insieme alla salvezza, Giuseppe sa che sulla costa abissina lo aspetta la sorella Ottavia, giovane sposa del console italiano. Imbarcato come passeggero abusivo, Giuseppe intraprende un viaggio che, come sempre accade ai viaggi, non è solo passaggio per luoghi geografici. Siamo all'inizio di un'epoca in cui gli uomini dell'occidente partivano con in mente un unico scopo, "mettere se stessi e il loro mondo borghese di fronte alle magnificenze del resto del mondo e, in qualche modo, ritrovare se stessi nella fisicità, nella fatica e nella coralità di essere uomini, anche a rischio dela vita".

E' ciò che succede a Giuseppe, seppure in modo dapprima inconsapevole; il suo è un destino non scelto, che lo trascina suscitando in lui reazioni di segno opposto: se da un lato lo attrae, ma a tratti il giovane italiano oppone una resistenza fiera. Come quando, dopo aver incontrato la sorella e averle confessato il desiderio irresistibile di proseguire nell'esplorazione di quel continente, giunge a Harar e, insieme alla sua nuova abitazione, si vede "regalare", perché ne disponga, una giovane donna, Khadija, "tanto bella che il suo fulgore non aveva eguali". Giuseppe è turbato, non comprende il senso di quel dono che, come gli spiega il servitore Giammah, rappresenta "un omaggio che non si può rifiutare". Non potendo rifiutarla e non sapendo approfittarne, ne fa un'involontaria e inconsapevole guida interiore, che lo accompagnerà nel viaggio dentro l'esotismo e l'erotismo della terra che lo accoglie, di cui va scoprendo dolcezze e crudeltà, seduzioni e violenze.

Molti sono i personaggi che Giuseppe - e il lettore - incontrano in questo percorso, in cui l'invenzione letteraria e la fantasia si intrecciano con la storia e le cronache. Peccato la sovrabbondanza di aggettivi e un certo barocchismo. Giuseppe rappresenta il tentativo (difficile) di comprendere; Khadija, con la sua integrtà, è la femminilità africana, opposta e contraria a quella "bianca": una femminilità che Giuseppe non intende colonizzare né umiliare, stravolgendola. Metafora, di nuovo, del difficile rapporto tra la cosiddetta civiltà e il "Sud del mondo".




Khadija, la storia d'amore per una donna e per una terra

Matteo Collura, Libreria di Tabloid

Nel leggere questo romanzo di Paola Pastacaldi, con un automatismo che non saprei meglio spiegare, mi è venuto alla mente uno dei libri più strani che mi siano capitati tra le mani, La desinenza in A di Carlo Dossi. E non perché tra Khadija della Pastacaldi e il romanzo dello scrittore scapigliato vi siano delle relazioni più o meno evidenti, ma per quel tanto di femminile che entrambi esprimono e che dimostra quanto differente sia il punto di vista tra narratori di diverso sesso. E lo stesso vale per il cinema; e si potrebbero fare parecchi esempi, anche se può bastarne uno, quel perturbante Lezioni di piano, della neozelandese Jane Campion.

Ma forse il romanzo del Lombardo Dossi mi è venuto in mente anche per l’affinità temporale (nelle storie narrate, ovviamente) con quello della Pastacaldi: la fine dell’Ottocento in cui tutto sembra giungere al capolinea e nello stesso tempo tutto sembra incominciare.

Racconta una storia d’amore, Khadija, duplice: per una donna e per una terra (l’Africa, l’Etiopia, Harar); una storia d’amore che, nel lettore, finisce col fondersi. La sensualità, sappiamo, non riguarda soltanto gli esseri umani, non promana soltanto da essi. E se l’erotismo, invece, è prerogativa umana, esso è dato anche dagli umori che un luogo esprime, dalla sua storia, dalle sue luci e dalle sue ombre, dai suoi suoni e dai suoi silenzi, dai suoi odori. Ed è questo, in fondo, quello che noi chiamiamo esotismo.

Con questo archetipo letterario Paola Pastacaldi impavidamente si è voluta confrontare. Una sfida che, chiuso il libro, ci rendiamo conto l’autrice ha vinto; e la sfida è quella di aver voluto narrare, oggi, una storia che ha come protagonista uno dei massimi motivi di ispirazione degli artisti romantici e decadenti: l’esotismo, appunto.

Paola Pastacaldi è ritornata ad Harar per rintracciare le sue radici africane, che lei definisce memoria di un “esotismo familiare”, con “un nonno che si perdeva nell’africa di fine secolo, la cui storia s’intrecciava con l’inizio delle colonie e i primi viaggi di esplorazione in un Paese antico, l’Etiopia, regno di Askum e della regina di Saba, e una nonna di una tribù oromo, di nome Khadija Ahmed Yossouf”.

Da una simile esperienza poteva venir fuori un prevedibile racconto di viaggio, anche perché Paola Pastacaldi è una giornalista, vale a dire una viaggiatrice avvezza a registrare dati che fanno di un viaggio un racconto più o meno legato alla storia di un luogo o alla sua attualità. Ma è ben altro Khadija.

È un viaggio nell’aanima di una donna occidentale consapevole del suo sensuale accumulo di lusinghe d’arte (dalla letteratura alla musica, dalla pittura al cinema), al quale se non si dà sfogo, se non lo si confronta con la vita stessa, resta appunto un accumulo di sterili lusinghe. Forse questo romanzo è il risultato di una lotta contro l’inaridimento che ogni individuo subisce inoltrandosi nella cosiddetta maturità. E questo lo dico perché l’autrice mostra di aver tenuto viva la franchezza del suo spirito anche artificialmente o, meglio, con l’artificio della letteratura, la più artificiale delle esspressioni artistiche, perché generata e nutrita da quelle che i mistici chiamano visioni.

Il viaggio verso l’Africa che la Pastacaldi propone al lettore è un’avventura dei sensi che, a destinazione raggiunta, si fa un’orgia di sensazioni in cui baluginano seduzioni e pericoli inauditi, appunto perché esotici.

Violenza estreme ed estrema dolcezza, ci dice la Pastacaldi, fanno della vita la metafora degli inferi e dei paradisi possibili. Va verso questo pericoloso finis terrae, Giuseppe, il protagonista del romanzo; va e ci contagia le sue perturbanti visioni: “Scivolò il mio sguardo come assetato su quella luna splendente e piena, come nella notte del quattordici di ogni mese. Cadde la mia anima sul suo viso: aveva sopracciglia arcuate e labbra come un sigillo di Salomone. Mi sorrise con denti simili a gemme. La sua venustà e la bellezza, la sua statura e l’armonia di forme rapirono il mio spirito. Ne ebbi la mente annebbiata. E l’animo si accese di fuoco. Il giardino era pieno di gelsomini, garofani, viole, rose e aranci e ogni altro profumato fiore…”.

Oppure: “Solo gli occhi, quando alzavamo la testa, spargevano d’intorno uno splendore strano e incandescente come di tizzoni ardenti, erano quegli occhi nel loro vagare inquieto, senza cercare nulla, pietre preziose incastonate nella durezza del trapasso che non giungeva. Gli stracci non li coprivano più, ma esalavano la morte imminente.

Giacevano le cotonate su ossa puntute che parean tronchi di alberi senza linfa, uccisi da una pioggia che si era scordata di cadere per nutrirli. Sicché le braccia non erano più braccia ma tronchi spezzati dal vento, perché troppo deboli per restare attaccati all’albero. Aspettavamo la morte per bocca delle iene che sarebbero arrivate non appena il sole si fosse nascosto dietro le montagne…”.

È un libro, questo, che sembra stato scritto in un momento d’ozio o in una somma di momenti d’ozio, quelli che, paradossalmente, spingono gli scrittori a osare; a usare le pagine come fossero gradini che permettono ai predestinati di ascendere all’altare dell’oracolo.

O semplicemente, Khadija è frutto di un esercizio mentale che all’autrice è servito per tenere desta la sua capacità di emozione.

Stabilirlo, tuttavia, non importa. Un libro si legge per quello che può dare. E Khadija è un amplesso fisico generato da una serie di suggestioni. È l’assoluto nel suo essere concepito, quello che per alcuni è la musica (Bach per il nichilista Cioran), per altri la scrittura (Borges per tutto quanto può essere, appunto, definito letteratura).





Khadija, nel regno della sensualità etiope

David Fiesoli, Il Tirreno

Tra eros e avventura, una fuga ottocentesca da Livorno al Corno d'Africa
È una storia d'altri tempi, ottocentesca fin nel linguaggio, e speziata negli ingredienti: sanguigna avventura, piccante e raffinata sensualità, delicato sentimento e un pizzico di giallo. Una storia che affonda le radici in un passato familiare autentico, e arriva con le sue fronde a sfiorare temi attuali: l'incontro-scontro tra culture e religioni.
La calura che si respira nelle pagine del romanzo di Paola Pastacaldi ha il suo picco nel nome della donna che dà il titolo al libro: Khadija, sensuale etiope che "incarna nella sua bellezza una negritudine che appartiene in realtà a tutte le genti". La incontrerà Giuseppe Pastacaldi, in fuga da Livorno verso "una terra che vibra di una musica mai ascoltata": così Ottavia, moglie del console italiano a Aden e sorella di Giuseppe, definisce il Corno d'Africa, nell'invito che rivolge al fratello, giovane studente di Livorno. E a Livorno, quasi per un disguido, Giuseppe si trova ad affrontare in duello il suo miglior amico. Lo uccide. E scappa: su un battello a vapore raggiungerà la sorella Ottavia. Un viaggio che porterà il giovane livornese attraverso l'Egitto, la penisola arabica, fino al Mar Rosso e lo stretto di Bab el Mandeb, per approdare nel Corno d'Africa.
Giuseppe affronterà un mondo sconosciuto, territori antichi e selvaggi, lungo la via degli schiavi fino al promontorio degli aromi, toccando il regno di Adal e infine la città murata e sacra di Harar. Questo viaggio esotico e sensuale, fatto di carne e sangue, tra i vicoli del Cairo e le delizie degli hammam, sul mare tra i canti dei marinai e sulla terraferma tra gli assalti dei predoni, le schiave nude, i massacri, i pellegrinaggi, è un viaggio nell'esotismo dell'anima e dei sensi, fino all'incontro folgorante con Khadija.
Paola Pastacaldi ha preso spunto da una storia familiare che si perde nell'Etiopia di fine Ottocento. Un nonno italiano, Giuseppe Pastacaldi, esploratore e diplomatico, la cui storia si intreccia con l'inizio delle colonie e i primi viaggi nel regno di Aksum e della regina di Saba. Una nonna etiope di una tribù oromo, e il suo nome è Khadija Ahmed Yossouf. Il nonno visse tutta la sua vita a Harar, in Etiopia, e la Pastacaldi, prima di iniziare il suo romanzesco viaggio, ha compiuto ricerche consultando i documenti dell'epoca per capire quale fosse l'atmosfera in cui si immergevano i viaggiatori dell'Ottocento, alla scoperta di un altro mondo.
Così il Corno d'Africa diventa anche un viaggio interiore, alla conquista di sé attraverso l'altro, dentro un crogiolo di razze ed etnie. Khadija diventa simbolo di una bellezza che attraversa i continenti, un modo di essere donna a cui si arriva dopo la descrizione di altri tre personaggi femminili: Ottavia, sorella di Giuseppe, che incarna la sofferenza per il distacco dalla propria terra e il ritrovarsi attraverso la sensualità del corpo, Vittoria, la fidanzata di Giuseppe, ombra del passato e legame con la tradizione, e Florence, l'esploratrice libera e coraggiosa. Ma è su Khadija, "che vive in una terra musulmana ma è copta, che si esprime e si scioglie anche la complessità del nodo religioso": l'incontro tra Giuseppe e Khadija è un incontro con l'Africa e il diverso da sé.





Mal d'Africa ottocentesco

Nicolò Menniti-Ippolito, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso, La Nuova Venezia

Ci sono libri veloci e altri lenti, libri in cui è facile entrare e libri da cui, invece, è difficile uscire, libri fatti di poche parole ed altri di tante. Khadija (Pequod, pp. 245, euro 16) di Paola Pastacaldi, giornalista trevigiana da tempo a Milano, appartiene alla categoria dei libri lenti, densi, che un po' alla volta impastoiano il lettore senza che quasi lo voglia. All'inizio si ha la sensazione che le parole nella pagina siano troppe, che vi sia una ridondanza di colori, di odori, di sapori, di metafore. Ma quando la storia prende corpo, ci si accorge che il libro è proprio questo: una specie di grande mercato delle spezie, colorato, vitale ma anche inquieto, a tratti marcescente. Khadija prova a raccontare quella cosa strana che un tempo era chiamata mal d'Africa, ed era una sorta di innamoramento per un mondo in cui la vita e la morte, la sensualità e la naturalità si intridono, provocando quel perdersi in cui l'attrazione è estrema, ma non si disgiunge da una sorta di disgusto.
Ed ecco allora perché, per raccontare questo, non basta una storia, ci vogliono tante parole che evochino sensazioni, che trasmettano questo sentimento sfuggente, che Paola Pastacaldi ha ereditato da un nonno vissuto in Africa e da una nonna africana. Tutto ciò non toglie che la storia ci sia. Una storia di fine Ottocento, in parte familiare in parte storicamente ricostruita sulla base di documenti e testimonianze d'epoca. Ed è la storia di Giuseppe, studente livornese che uccide in duello un amico e si imbarca per l'Africa, per sfuggire alla legge ma più ancora ai suoi fantasmi. E lentamente l'Africa gli entra nel sangue, prima attraverso i racconti dei viaggiatori, poi attraverso gli odori e le visioni, infine attraverso il corpo di una donna, Khadija, che racchiude in sé tutta la sensualità d'Africa. Ed il libro è un viaggio, che inevitabilmente diventa anche viaggio di formazione, ma fuori dagli schemi precostituiti, perché ad ogni tappa Giuseppe perde qualcosa invece che guadagnarla. Fino a che resta privo dell'armamentario di giovane europeo e trova quel fondo di naturalità, di fisicità che lo apparenta all'Africa con cui viene a patti.
Paola Pastacaldi, all'esordio narrativo, riesce spesso in un'operazione complessa, che è quella di superare l'elemento documentario che c'è dietro la storia che racconta per trovare una sorta di autenticità indiretta, recuperata faticosamente, trasmessa attraverso una lingua che si vuole tattile, capace di restituire attraverso la corposità delle percezioni l'idea di Africa di Giuseppe, l'io narrante, non poi così diversa, anche nella disillusione sul proprio ruolo di occidentali, da quella di viaggiatori a noi più contemporanei.





Esotismo d'anima e di sensi rapiti

Claudio Toscani, Letture

L'autrice pesca nelle memorie familiari di fine Ottocento l'avventura di nonno Giuseppe, a suo tempo giovane studente livornese, che si rifugia in Africa dopo un fatto di sangue. Dapprima incontra la sorella Ottavia, sposa di Alfredo, console italiano ad Aden, poi raggiunge Harar, dove vivrà le più determinanti esperienze della sua vita. Corrono tempi di imminente colonialismo, ma anche delle prime esplorazioni di Paesi antichi, ancora immersi in atavica fisicità di azioni e sensazioni. Il romanzo intero sta nel viaggio e nell'approdo di nonno Giuseppe, tra desolata bellezza yemenita, deliranti deserti d'Aksum e di Saba, voluttuose insidie del clima e colori e costumi mai pensati, credenze e misteri tra Bibbia e Corano. Ma la vera storia si apre e si snoda quando Giuseppe incrocia Khadija, giovane etiope, letteralmente "letizia degli occhi".
Il testo, che è tutto un fluido periodare di vibrante descrittività, ora di spostamenti, assalti, soste, massacri, ora d'arabescata combinatoria metaforica (un'inedita cultura e un ancor più meravigliante modo di porgerla, bussano agli occhi del lettore occidentale), dall'irruzione di questa dea negra in poi diventa racconto di un amore diviso tra rapimento emotivo ed esaltazione dei corpi. Sul delicato crinale che segna, da un lato, la casta scintilla affettiva e dall'altro, il risolutivo coinvolgimento delle pulsioni, ben sa l'autrice, nel suo muliebre "intelletto d'amore", condurre il dettato tra sorgiva e sacrale sensualità da Cantico dei cantici e febbricitanti epifanie di un eros moderno e disinibito.





Irma Taddia, Africa

L'Italia ha avuto una scarsa, quasi inesistente letteratura memorialistica ottocentesca in ambito coloniale, inclusa anche la produzione femminile. Non abbiamo né scrittrici come Karen Blixen o Doris Lessing, né per risalire nel tempo Mary Kingsley o Lucy Duff Gordon, solo per citare alcune figure significative. I protagonisti della colonizzazione africana, viaggiatori, esploratori e coloni non hanno lasciato documenti autobiografici, a differenza di quello che è successo nelle altre nazioni europee. In Italia le colonie sono passate quasi inosservate nell'ambito letterario. Inoltre, anche la produzione più recente, romanzi e saggistica inclusa, legata all'Africa non ci offre molto. Al contrario Khadija, il romanzo di Paola Pastacaldi, ha per protagonista l'Africa affascinante, quella inventata dall'esotismo, il continente misterioso delle esplorazioni e dei viaggi dell'Ottocento. Il libro ha la caratteristica di non rientrare in nessun ambito letterario precostituito, in quanto esula da tutti gli schemi tradizionali. In Khadija si mescolano diari e documenti storici, le memorie soggettive, una intrinseca fantasia, i ricordi familiari, insieme ad un modo di vedere critico e ironico, ad un elaborazione concettuale delle tematiche e altro ancora, in una metafora narrativa che è sempre costruita su fatti di cronaca veri e avvincenti.
L'autrice, come spiega in una nota biografica e anche bibliografica alla fine del romanzo, prende spunto da un doppio "esotismo familiare", un nonno italiano che a fine Ottocento ha esplorato l'Etiopia e sposato una donna nobile di Harar di origine oromo e di nome Khadija e un altro nonno vissuto in Eritrea, ad Asmara, dal 1935 per più di vent'anni. Il romanzo nasce dunque sulla base sia di ricordi familiari sia di una ricerca su fonti storiche e documentaristiche, strettamente legate all'epoca e all'area geografica intorno alla città etiopica e musulmana di Harar. La storia si snoda lungo il percorso delle carovaniere che gli schiavi facevano per raggiungere il mare e l'Arabia. Lo stesso Rimbaud visse ad Harar in quell'epoca. La bibliografia che fa da sfondo al romanzo è ricchissima. Le fonti alle quali Paola Pastacaldi ha attinto sono numerossissime, tra queste solo per citarne alcune i Bollettini della Società Geografica italiana, quelle della Società di Esplorazione Commerciale in Africa di Milano, articoli del "Corriere della Sera" come l'inserto firmato da E. Scarfoglio nel 1910 su Harar, il libro di Richard Francis Burton che fu ad Harar nel 1856, i diari del capitano E.A. d'Albertis, le lettere di Rimbaud da Harar nel 1888, le cronache degli eccidi degli esploratori narrati da superstiti. Oltre ai libri di Cerulli, Cecchi, Annaratone, De Castro, Felter, Zaghi, Davidson, Del Boca, Ulldendorf, Said, anche Malraux e Flaubert, Mosley e tanti altri. La storia di Khadija vive dunque all'interno di una ricostruzione accurata nei dettagli, in un periodo tra Ottocento e Novecento, in cui l'Africa irrompeva con forza straordinaria nell'immaginario europeo. All'epoca il mondo sognava di raggiungere le terre selvagge e misteriose dell'Africa, i lettori scrivevano ai giornali offrendosi volontari per esplorazioni impossibili.
Il protagonista, Giuseppe, un livornese, si troverà costretto a fuggire dall'Italia dopo aver ucciso in un duello un compagno di studi di Pisa, partirà per Aden e poi raggiungerà avventurosamente la città di Harar, alla ricerca di un nuovo equilibrio. L'incontro con Khadija sarà il culmine di un percorso interiore vissuto nel contesto di un'atmosfera acuta e sempre imperniata sui sensi. Un esotismo dell'anima. Il viaggio è ambientato nell'Africa degli esploratori, delle avventure quotidiane, delle città dei commerci di merci e schiavi, fra epidemie, eccidi di europei con evirazioni, di avventurie e esplorazioni di ogni genere. Da Aden, con un sambuco, Giuseppe raggiungerà Zeila e poi lungo la carovaniera degli schiavi, seguendo passo passo le antiche cartine degli esploratori, quali Robecchi Brichetti o l'austriaco Philipp Paulischke, visiterà numerosi villaggi che sarebbe interessante riscoprire oggi, per raggiungere Gildessa e infine Harar, considerata all'epoca una sorta di crogiuolo delle razze europee in Africa. La scrittura è volutamente ottocentesca, il linguaggio è costruito in modo da essere lussurioso, stravagante, imponente. Unico nel suo genere e capace di far rivivere l'atmosfera appunto di quei viaggiatori verso l'ignoto a rischio della loro vita.
Che cosa ha attirato Paola Pastacaldi verso l'universo coloniale e delle esplorazioni sino a volerne fare un romanzo? È stato forse il desiderio di ricostruire la terra di Harar, il tentativo di disseppellire la memoria familiare e, infine, la volontà di narrare un esotismo quotidiano vissuto in retrospettiva? Certamente, molte cose insieme, queste e altre ancora. Khadija è un viaggio letterario che trasuda di esotismo, un esotismo creato volontariamente attraverso una tensione verso l'ignoto e ottenuto grazie a un linguaggio enfatizzato, carico di aggettivi e di profumi e odori sino all'esasperazione.
La narrazione non è solo esotica, ma si basa su fatti veri di cui all'epoca erano piene le pagine dei giornali, come la morte del Conte Porro, presidente della milanese Società di esplorazione commerciale in Africa, la morte del commerciante Sacconi, il decollamento e l'evirazione di altri esploratori, Haile Selassie bambino, la vita controversa di Lig Jassu, La regalità di Menelik, la forza di ras Makonnen, gli intrighi della regina Taitù, la vita ad Aden, la coltivazione del caffè moka, i viaggi per mare sulle prime vaporiere lungo il canale di Suez, i canti dei marinai arabi che nelle notti vagheggiavano e mitizzavano la sessualità, il tutto mescolato a divagazioni letterarie e fantasie, alle citazioni del Corano e alle preghiere cristiane, infine la scoperta della bellezza della negritudine di Khadija.
Tutto questo riempie il volume in una sorta di corsa frenetica all'esagerazione dei toni e del sentire. Con questa ottica possiamo leggere molti capitoli, tra i quali Una donna nella notte, Harar, la città santa, Khadija, l'estasi, La follia dell'Ogaden.
Khadija ha una scrittura barocca, ossessionante e ossessionata, provocante e provocatoria; è un viaggio nell'ideale e nel reale al tempo stesso, è apertura verso l'altro, metafora di una vita vissuta e profondo senso della storia. Ma è la consapevolezza del futuro, non il richiamo al passato, quello che si coglie nel romanzo, la consapevolezza di un rapporto Europa/Africa determinato sì dalla storia, ma all'interno del quale esiste ancora uno spazio interiore autonomo, da scoprire, vivere e sentire. Un incontro sulla via della "negritudine" e forse allusivamente del meticciato, che tanto vive nelle nostre discussioni odierne.
Il protagonista del romanzo fa immaginare tutto questo col suo vissuto e gli avvenimenti tragici che gli accadono intorno, in un'Africa medievale immersa nelle carestie e nella fame oltre che nella lussuosità del viaggiare. L'amore con Khadija, spontaneo e non costretto dalle circostanze, rimane un emblema di una vittoria interiore con la storia, quasi un riscatto alle problematiche coloniali di cui Giuseppe sarà in fondo metafora, insieme agli echi politici cui il libro accenna. Romanzo attraente, costruito ma non forzato, Khadija crea una lettura che ci trascina fino all'inverosimile. Un lavoro calcolato e al tempo stesso irruente.

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