Dadati, l'epica della prova
Fulvio Panzeri, Famiglia Cristiana
Ecco un altro giovanissimo narratore su cui scommettere: Gabriele Dadati. Ha ventiquattro anni, è di Piacenza, si occupa di arti figurative e arriva in libreria pubblicato da PeQuod con un libro di nove racconti, Sorvegliato dai fantasmi. In copertina un corpo rannicchiato che emerge da un fondo color ciclamino, un disegno di un altro giovane artista milanese, Marco Bongiorni, che sottolinea una delle posizioni ricorrenti nei racconti, quella di un corpo che si riflette su di sé. Può essere quello di un figlio piccolo, stretto fra i genitori, o quello di due sposi che si interrogano sulla posizione che assumono nel letto matrimoniale.
Sono identità, quelle che racconta Dadati, che spaziano tra le ombre e le contraddizioni di veri e propri attraversamenti morali, mettendo in luce una dialettica della quotidianità che agisce nel profondo, nel momento in cui ciascun protagonista tenta di superare una prova. Ogni storia ne mette in scena una: quella derivante dall'arrivo del primo figlio o quella data dall'impossibile necessità di scagionarsi, come avviene a un assassino crudele come Charles Manson; quella che porta alla consapevolezza che affrontare la cometa di Halley può essere mortale, o ancora la sfida di imparare ad accettare il carcere... Del resto per Dadati questa possibilità è l'unica data per leggere la complessità del nostro tempo: "Affrontare le prove con la consapevolezza che siano prove è quello che io chiamo epica".
Dimensione teologica e riflessione filosofica, indagine scientifica e leggerezza da commedia sentimentale si alternano in questa raccolta, che trova una struggente chiusura nell'ultima storia, dedicata al rapporto con la madre, al perché questo libro sia stato scritto dal figlio, ma appartenga a lei: "Il libro che hai tra le mani è una restituzione. Queste storie pagano quello che hai speso per me, su di me, quando ero piccolo".
Fantasmi come guardiani delle parole
Stefano Fugazza, Libertà
Quando nel 2000, diciottenne, Gabriele Dadati pubblicò il suo primo libro di racconti, Catene di smontaggio (Piacenza, Berti), non era difficile prevedere che il giovanissimo autore piacentino avrebbe fatto strada e sarebbe presto approdato a un editore nazionale. E difatti ora, dopo essersi un po' disperso tra antologie varie, piacentine e non, su riviste e in vari altri volumi, Dadati si ripropone all'attenzione dei suoi lettori, che cominciano ad affezionarglisi, con un nuovo libro di racconti, Sorvegliato dai fantasmi, che arriva nelle librerie in questi giorni dato alle stampe dall'editore peQuod. Dietro questa denominazione, in effetti curiosa (Pequod è il nome della nave del capitano Achab nel Moby-Dick di Melville), si nasconde una piccola, coraggiosa casa editrice di Ancona il cui specifico - e motivo di orgoglio - consiste nello scoprire talenti, cosa che è accaduta più volte negli anni scorsi, perché hanno esordito sotto questo marchio, tra gli altri, Piersandro Pallavicini (poi passato a Feltrinelli), Marco Mancassola e Michele Monina (passati entrambi a Mondadori), Giuseppe Genna (poi passato a Mondadori e presto in Rizzoli). Inoltre nel catalogo peQuod ci sono scrittori come Gilberto Severini (vero autore cult per non pochi lettori), Ferruccio Parazzoli, Enzo Siciliano, Claudio Piersanti.
Sorvegliato dai fantasmi doveva intitolarsi (ed era un titolo perfettamente aderente) Esercizi di solitudine ma poi Dadati, sollecitato dall'editore, ha trovato quest'altro titolo più suggestivo, che lui intende così: è come se ci fossero delle voci che mi parlano, mi raccontano, pretendono di non essere tradite. Vi sono riuniti nove racconti (uno o due già pubblicati in precedenza), a cui si aggiunge una lunga, bellissima lettera di dedica alla madre, già anticipata sull'ultimo numero della rivista parmigiana "Palazzo Sanvitale", dove pure compaiono altri testi dello scrittore piacentino, introdotti da un'affettuosa presentazione di Fulvio Panzeri, critico letterario tra i più attenti alle prove d'esordio.
Cominciamo col dire che Sorvegliato dai fantasmi non è un libro facile perché, anche se il suo autore ha solo ventitre anni, non troviamo qui il repertorio consueto e convenzionale di situazioni giovanilistiche, rispetto al quale la presa di distanza era già stata netta e precoce. Dadati affronta temi decisivi (i rapporti di coppia, l'amicizia, la vecchiaia e la morte, il delitto e una sua possibile spiegazione) in maniera complessa, limitando toni più leggeri e finalità vagamente ludiche al solo racconto Quando saremo veri. Sono testi connotati individualmente, ciascuno ben riconoscibile anche per una cifra stilistica tutta sua, per cui, nonostante i rimandi interni che si possono instaurare tra una storia e l'altra, è inevitabile leggere ciascun racconto come un mondo a sé stante, compiuto: un meccanismo di parole perfettamente funzionante. Dadati dimostra una padronanza assoluta nell'uso della lingua, che piega alla sua volontà inducendola a tutte le possibili inflessioni con stupefacente maturità espressiva; né ciò deve far pensare a una sorta di manierismo, a un compiacimento linguistico fine a se stesso. Un certo tipo di prosa è funzionale a una determinata storia, che si sviluppa secondo meccanismi suoi, interni: si va da Vittorio si è scavata una nicchia a L'avventura di due sposi in cui si registrano i cambiamenti che avvengono nella vita di due persone che decidono di sposarsi (e magari hanno un figlio); dal racconto noir Leros a Cara Manuela, che è una lettera scritta da un detenuto sul tema dell'anima. Portacenere prende a pretesto una riunione di amici per parlarci del tempo e della memoria, né l'apparente casualità della trama esclude lo strazio, e Chi non c'era tocca, sulla scorta di un incubo ricorrente, rilevanti questioni filosofiche. Con gli ultimi due racconti la riflessione (mai teorica, astratta: calata direttamente dentro le storie) non indietreggia davanti ai temi estremi del delitto e della colpa, della vecchiaia e della morte: in Dichiarazione processuale di Charles Manson tenuta ben lontana dall'aula l'io narrante è il santone responsabile dei due massacri che si svolsero nei sobborghi di Los Angeles nell'estate del 1969 mentre Apocalisse è ambientato nella Piacenza di primo Novecento, in una stanza d'ospedale dove un vecchio vive le sue ultime giornate mentre la città è presa nell'incubo della Cometa di Halley dal cui passaggio ci si attende l'Apocalisse.
Come si vede, sono storie assai differenti, anche se l'autore riconosce una sorta di denominatore comune nel fatto che in ogni racconto c'è un personaggio che affronta una prova. Sono nove storie "necessarie", a cui in qualche modo è stato impossibile resistere: non ci si sottrae ai propri fantasmi, alle ossessioni che ci visitano e che possono risultare determinanti: come in questo caso, visto che mettono in moto i meccanismi della narrazione per il giovane scrittore. Ma ben vengano i fantasmi se portano a risultati come questo libro, prova evidente delle risorse inesauribili consentite a un vecchio strumento quale è la scrittura (una scrittura, sia detto tra parentesi, più vicina, al di là delle apparenze, a Henry James che alla maggioranza dei giovani narratori di oggi) e prova di quanto spazio ci sia ancora per l'analisi dei sentimenti: qui condotta in maniera lucida e quasi spietata, propriamente crudele, senza tuttavia che vengano meno la pietas e una dolente condivisione per le sorti degli uomini.
Francesca Mazzuccato, Kataweb
Esce oggi in tutte le librerie Sorvegliato dai fantasmi di Gabriele Dadati, Pequod, Ancona, www.pequodedizioni.it . Gabriele Dadati è uno scrittore per il quale potrei usare una serie di stereotipi introduttivi: giovane, non alla prima prova, già conosciuto in rete, (www.capitanicoraggiosi.splinder.com, http://orepiccole.org), attivo come giornalista e organizzatore di eventi artistici e culturali. Non posso scrivere queste cose e nemmeno altre formule abituali tipo che la Pequod ha puntato bene, ha scommesso su un buon libro eccetera eccetera. Queste sono frattaglie. Usuali, rassicuranti frattaglie. Questo raccolta di racconti è destinata a rimanere. E' un libro importante, un piccolo classico. Dadati è riuscito a portare nelle storie che racconta, storie di piccoli dolori, di grandi slittamenti, di prospettive mutate, di assenze evocate, di premonizioni ed evocazioni, un ALTO senso etico che si fonde, pagina dopo pagina con un linguaggio che commuove, assale e pone davanti a interrogativi, portando a farsi domande. Domande scomode, rimosse. Intralci. Conduce in certe direzioni. In particolare a chiedersi una cosa che, sovente, ad esempio nei libri di una certa corrente contemporanea dello zen, quella fondata da Charlotte Joko Beck* negli Stati Uniti, ricorre spesso. (Come ricorre nei libri dei teorici della meditazione di consapevolezza, in pali "vipassana", Joseph Goldstein o Larry Rosemberg) Di fronte a eventi simili a cicatrici che sconvolgono, che non lasciano indenni, chiedersi:" Cos'è questo?" E lasciare che la risposta si senta nel corpo. Dadati pare chiederselo costantemente e la sua scrittura diventa l'occhio che guarda e il corpo che sente la risposta. Anzi, i corpi che sentono la risposta, perché , quasi miracolosamente, la sua voce cambia, si adatta, muta, si plasma in una polifonia linguistica di grande perfezione e bellezza ma di sfumature differenti , stessa grana sostanziosa della materia del narrare, ma capace (cosa difficilissima e rara, quanto rara) di diventare la voce di altri e assumerne tratti e dettagli, anche quelli minimi, impercettibili, così come quelli più evidenti. Naturalmente sta a chi legge, poi, di sentire col corpo e nel corpo queste narrazioni. Il libro inizia con una citazione di Emilio Cecchi:" Il mondo è frequentato dagli angioli e dalle fate. E chi si distrae cinque minuti a legarsi una scarpa, a scrivere un articolo o a comperare una scatola di cerini perde un appuntamento col cielo e con la bellezza". Questa citazione è una sorta di dichiarazione d'intenti, se mi si permette questa parola, anche se non si ha un intento quando si scrive, lo so, ma è perfetta per spiegare il senso e lo scopo del narrare di Dadati perché in queste righe di Cecchi c'è un preciso richiamo alla consapevolezza. Alla non distrazione. ( Stesso richiamo che, nei libri e negli insegnamenti di Charlotte Joko Beck è sempre presente) Una consapevolezza che arriva attraverso qualcosa di difficile da definire, "experiencing, pure experiencing", esperire uno stato d'animo, un dettaglio, un evento degno di essere narrato, eperirlo silenziosamente e fisicamente, non reattivamente,e poi lasciare che questa esperienza di assimilazione si fondi con il linguaggio. Ecco. I racconti sono tanti, alcuni sono di una bellezza commovente, come Portacenere:" E sapete qual è la seconda cosa peggiore, più peggiore anche della prima? ha fatto Raimondo quasi con euforia "la cosa peggiorissima" ha alzato i palmi vuoti, ce li ha rivolti, ha allargato le braccia, ha stretto le spalle" la cosa in assoluto peggiore è che io, davvero non capisco. E' successo tutto nel corpo di Elisabetta: prima sentire la felicità della vita che nasce, poi perderla e stare male, Le notti e i giorni a stare male. Ma io non l'ho neanche vista ingrossarsi. E' stata gravida due mesi e mezzo e non sono bastati". Questo accenno, citato, è solo l'inzio, l'onda che arriva adagio di pieghe di vita e dolori talora ormai secchi, talora intrisi di lacrime non piante, trattenute, rese metafora attraverso la storia dei portacenere, una storia, un evento preciso che ci fa vedere e sentire al punto da rabbrividire, cosa si può intendere quando si parla di integrità, di dignità a frammenti scovata nei piccoli eventi della vita, SENZA alcuna traccia di moralismo ma col gusto del grande narratore, col debito di solidissime letture (ed è un libro intriso di debiti espressi, dediche di gratitudine a chi ha accompagnato Dadati nel suo percorso fomativo, e di debiti non esperessi, diventati i mattoni di un linguaggio che raramente si incontra in un' opera letteraria - concediamoci il luogo comune - di un giovane autore poi) e con l'apertura del cuore e della mente a una forma di compassione precisa, equanime e serena che con i portacenere arriva al nucleo, all'occhio del ciclone dell'esperienza umana del dolore , modificando la loro funzione, la funzione di raccogliere cicche puzzolenti. Ecco che il processo diventa simile a quello dei "ready made" di Duchamp (l'oggetto tolto dalla sua funzione abituale diventa elemento fondante per fare arte, e scusate la sintesi imprecisa ma che rende e se non rende è comunque l'esempio che mi è venuto in mente perché non c'è lontananza dal contemporaneo in questo libro anche se c'è qualcosa che parte da prima e arriva oltre). Proseguo. Un racconto che da solo è un capolavoro, pensate insieme al resto, un racconto di una bellezza per la quale le parole sono difficili da trovare (l'ho sentito, infatti, tutto nel corpo) è L'avventura di due sposi. Un racconto caldo, sensuale e religioso, se mi è consentito questo abbinamento, se non spaventa (e se spaventa me ne frego), con un debito a Calvino nella differenza ,e un risultato senza pari in tutto quello che ho letto di recente:" Dal primo giorno è iniziata la nostra cerimonia da sentinelle, la cerimonia dei risvegli reciproci". E ancora:"...Col tempo si è domata da sola, ha accettato e imparato a prendere il piacere che era possibile prendere da questa cosa... Abitiamo l'uno il calore dell'altra , in successione, anche se sappiamo quanto sarebbe più normale che i nostri calori si confondessero stando a letto tutti e due nello stesso tempo, perché così vanno le cose per le persone normali". Attraverso il calore, una sensualità d'interni e d'esterni da osservare, un'intimità narrata da una prospettiva assolutamente inusuale, che quando leggi ti sembra l'unica prospettiva possibile e ti domandi cosa ti è sfuggito, perché non hai mai ruotato di 360 gradi la tua concezione dell'intimità e ti rispondi che ci deve pensare lo scrittore che guarda e che sa vedere a mostrarti come percorribili le rotazioni più inusuali, attraverso il calore il narrare arriva a parlare di PIETAS, di povertà, del senso dell'altro. Ecco, il senso dell'altro e degli altri, il rapporto di interdipendenza che non notiamo, sul quale preferiamo sorvolare accentuando la separazione, le barriere che rassicurano, i fili spinati, anche molto intimi che non ci intaccano ( nell'illusione di chi non si pone mai, proprio mai, quella famosa domanda: cos'è questo?) Un racconto sul senso dell'altro così carico della traccia di uno scrittore che ha lavorato col dolore e la sofferenza (della vita, della scrittura, della mancanza, non importa) che ha lavorato con queste cose applicando la precisione, osservando le convinzioni più radicate, smantellandole parola dopo parola, ricostruendole con l''inventiva dell'artista e con una consapevolezza mitigante, che lascia penetrare un tocco leggero nelle zone che di solito evitiamo. Un lavoro davanti al quale, come scrittrice, come lettrice, come persona, mi inchino, questo racconto. Poi ce ne sono altri che mi sono piaciuti moltissimo, Vittorio si è scavato una nicchia , Chi non c'era:" La coda dell'occhio del bambino è piena di incubo a questo punto... L'assalto dell'incubo adesso lascia l'uomo che si può rialzare ed entrare nella doccia..." racconto di colpi di scena, che tiene sospesi col fiato e con l'emozione che scorre a fior di pelle, e ancora Apocalisse. Ci sono racconti molto complessi come Leros, un testo che richiede una grande partecipazione a chi legge e che deve essere letto e riletto e mi ha fatto pensare a Borges (che, anche, ho letto e riletto). Perché non è un libro facile e mentirei se dicessi il contrario. E' un libro complesso, leggibile su più piani. Dentro, c'è lo scrittore in carne e ossa, ci sono ombre e aloni di ricordi legati a persone a lui care, narrati con tale bravura che diventano l'ombra e l'alone di tutte le persone care che, come fantasmi, appunto, ci stanno accanto, ci vegliano e sorvegliano, non come gli angeli custodi dei bambini ma come i guardiani che richiamano alla consapevolezza dell'istante, dell'unico tempo che abbiamo, questo preciso momento. Se si legge pensando che le cose belle e che restano richiedono fatica, un pochino di fatica, ecco, penso che si possa arrivare al nucleo dell'opera di Dadati. Alla sua fortissma tensione etica che non risulta mai, proprio mai scontata, didascalica, banale, che non c'erca assensi d'accatto, che coinvolge e può coinvolgere chi condivide percorsi di ricerca spirtuale ma anche atei, e, soprattutto chi ama la grande letteratura. Ci sono racconti come Cara Manuela e, alla fine, Dovuto alla madre (lettera di dedica), che potranno far discutere. Che potranno non convincere. A una prima lettura ho pensato che la lettera di dedica finale si potesse evitare. Se non altro per non prestare il fianco in maniera così nuda e, consentitemi, così pura e vulnerabile, a qualche critica di cui già sento l'eco. Poi, rileggendolo tutto, ho capito che era la perfetta e consequenziale conclusione collegata alla citazione di Emilio Cecchi dell'inizio. Natualmente non ho parlato di tutti i racconti. Naturalmente quello che ho detto è poco e niente, perché deve essere letto, Sorvegliato dai fantasmi. Non leggere questa raccolta di racconti vorrebbe dire perdere qualcosa di molto importante, Che coinvolge la vita, e non solo la letteratura. Come solo i grandi libri sanno fare.
*Charlotte Joko Beck "Zen Quotidiano" Ubaldini editore 1991
Fulvio Panzeri, Letture
Un autore giovane su cui scommettere è senz'altro Gabriele Dadati, esordiente da peQuod con Sorvegliato dai fantasmi. C'è uno struggimento coniugale in alcuni di questi racconti che ne ritma il senso, anche quando le questioni diventano altre e contemplano il tema dell'espiazione e della consapevolezza, della dimensione teologica, della carcerazione. Ogni racconto diventa una parabola morale, in cui la scrittura si fa prova di un momento esistenziale, di un destino, riassunto nella radicalità del suo apparire.
Ernesto Milanesi, Il Manifesto
Usando una lingua "informale trascurata" (definizione di Gian Michele Lisai Senes), che non si imbarazza a sbobinare il linguaggio parlato né a pagare pegno con cinema, giornalismo, fumetti e musica, le storie si intrecciano con la stagione (a tratti perfino politica) di una Italia decentrata rispetto alle supposte capitali. I racconti modulati nei generi sembrano attagliarsi bene alla "rivendicazione" del piacentino Gabriele Dadati quando cita un verso nel dialetto di casa sua: "Non credere, capire".
E ANCORA...
Aldo Nove, Smemoranda 2002
...Piacenza (dove ho fatto una tristissima presentazione del mio ultimo libro davanti a cinque persone per colpa di Gabriele Dadati, che è fuori come un balconcino esposto al sole, scrive benissimo e si è diplomato l'anno scorso con un voto altissimo)
Piersandro Pallavicini, Pulp
Gabriele Dadati è insomma bravo a scrivere, e scrive qualche volta come chi si ricorda di essere anche un poeta.
Dadati è Sorvegliato dai fantasmi
Arianna Groppi, La Cronaca di Piacenza
Sorvegliato dai fantasmi. Questo il titolo scelto da Gabriele Dadati per la sua ultima fatica.
Una raccolta di racconti che portano inequivocabile l'impronta della sua abilità. Ma come mai la scelta di questo titolo?
Non è così semplice come appare. Non sono storie di un leggere storie noir a metà strada tra uno Steven King e i racconti gotici dell'Ottocento.
I fantasmi qui sono presenze-assenze dell'anima. Sono quelle voci che senza invito si fanno sentire nella coscienza di ciascuno di noi e che per fortuna o per disgrazia prendono le decisioni al posto nostro, le decisioni più importanti.
Proprio come accade nei dieci racconti che Dadati sceglie di raccontare tutti in prima persona.
Dieci io narranti che mostrano una realtà che per forza di cose non è obiettiva ma viene filtrata dalla percezione che i personaggi hanno degli eventi che li circondano.
Come la madre che si ritrova a provare, senza riuscire a controllarlo, un sentimento d'odio verso il figlio che ha cambiato la sua vita di donna e di moglie, monopolizzando il tempo e le sue abitudini.
Che dire poi del giovane maltese che da un giorno all'altro si ritrova a voler uccidere Max Pezzali, perché gli ha rubato la fidanzata? Storie anonime e anche note, che però sono raccontate attraverso visuali differenti. Come nella Dichiarazione processuale di Charles Manson tenuta ben lontana dall'aula, in cui ci viene mostrata un'altra verità, quella che forse avrebbe potuto apparire se le persone fossero capaci di leggere nelle menti degli altri. Ed è un po' questo il segreto che sta dietro ad ogni racconto.
La verità che appare e quella che invece sta nascosta nei pensieri di ognuno. Che soltanto per un soffio non trova il suo compimento, ma che non è detto che sia meno importante. Esattamente cosa succede ai protagonisti di Apocalisse, il racconto in cui due giovani pensano di trovare la morte in una cometa, e invece scoprono loro malgrado che sta nel letto di un ospedale
Tanti i temi trattati da Dadati, tutti figli di quella nuova generazione che si interroga su ciò che gli succede attorno, ma che deve cercare le risposte solo dentro se stessa. E che trova un aiuto nel passato, magari quello rassicurante dei poeti e dei letterati.
I racconti di Dadati: l'esordio intenso del "nostro" narratore
Fulvio Panzeri, Avvenire
Gabriele Dadati è un giovanissimo narratore, di soli ventitrè anni. I nostri lettori lo conoscono già perché con un racconto è stato tra i vincitori del concorso indetto lo scorso anno, SMS (Scritture memorie sentimenti), che aveva proposto le storie di molti ragazzi provenienti da tutta Italia (che troveremo presto riunite in un volume). Ora Dadati arriva in libreria con il libro d'esordio, un libro complesso e profondo, lontano da tutte le mode giovanilistiche. Si tratta di una raccolta di racconti che ci ricorda per intensità e per necessità di scrittura l'esordio di un narratore del calibro di Giulio Mozzi, Questo è il giardino. Infatti Dadati sceglie di raccontare, in controtendenza, non la superficie dei nostri giorni, ma quello che si nasconde nella complessità dell'individuo, che in queste storie si trova ad affrontare sempre una prova. Del resto Dadati è certo che questo sia uno dei compiti della letteratura e lo delimita come suo campo espressivo privilegiato, tanto che dice: "Affrontare le prove con la consapevolezza che siano prove è quello che io chiamo epica". E in questa forma di epica, risiede una complessa forma di religiosità che nel libro non viene taciuta, tanto che un racconto in forma di lettera si trasforma in un dialogo teologico, alla scoperta di quel legame profondo che unisce l'anima a Dio, una ricerca sul senso della finitudine umana, cioè tra presente e eternità, ovvero quell'oltre-tempo a cui l'uomo viene restituito dopo la morte. Per Dadati si tratta "di raggiungere il luogo extratemporale dove già è Dio" e dove l'anima anela ad un ricongiungimento. Stupisce come nel racconto di un giovanissimo venga posta, in controtendenza con la dimenticanza del nostro tempo, l'affermazione di un primato dell'anima sull'aspetto corporale, un'anima che in realtà "è un ritaglio di Dio che il nostro corpo sporziona in sé, individua mischiandosi". I racconti percorrono esplicitamente o implicitamente questo paesaggio del sottosuolo, quello in cui covano gli affetti e le tenerezze. Costruire la parte migliore di sé, quella che determina la crescita delle persone è il filo conduttore di questi racconti che scelgono anche strutture letterarie differenti che possono andare dal teatro da camera alla commedia grottesca, dalla scoperta dell'assoluto sentimentale alla formulazione di un trattatello filosofico, se non addirittura simulare una memoria processuale, come avviene nel caso di Charles Manson, terribile e diabolico assassino che sente la necessità di scagionarsi in un andamento paradossale. La forza di questi racconti sta nella loro spontanea necessità che porta Dadati a firmare un ultimo racconto, in forma di dedica alla madre, in cui abbandona i panni dello scrittore e, in una confessione intima, affida alla vita la possibilità della scrittura.
Storie di un giovane universitario "sorvegliato dai fantasmi"
Stefania Delazzo, La Provincia Pavese
Quando si viene a sapere che un giovane di 24 anni ha pubblicato il suo primo libro non si può che immaginare un romanzetto popolato di teenagers in motorino e ragazze alle prese con i primi amori. Niente di più lontano dai nove racconti di Gabriele Dadati, studente del nostro ateneo e che troviamo in libreria con il titolo "sorvegliato dai fantasmi" (editrice peQuod).
L'autore scava nella psicologia umana e indaga reazioni e comportamenti dell'uomo in occasioni ed eventi differenti per ciascun racconto, ma ognuno connotato dal superamento di una prova. Attraverso una prosa chiara e limpida, dalla stupefacente maturità espressiva, riesce a portare il lettore nei meandri della mente umana, e ad analizzare sentimenti con un'intelligenza e acutezza che fanno di questo ragazzo un narratore acuto e sensibile. "Mi piace immaginare la mia scrittura come se fosse una colata lavica... pian piano la lava percorre i pendii di una montagna e non c'è niente che possa fermarla. Un processo lento, lentissimo, ma inarrestabile e travolgente". E non possiamo che essere d'accordo con lui: la padronanza del linguaggio e la facilità con cui Dadati ci mostra le emozioni fanno delle sue parole un nuovo occhio sul mondo, uno strumento conoscitivo dell'uomo. Sorvegliato dai fantasmi non è un libro da leggere per occupare qualche ora libera, ma richiede una fruizione più attenta per poter cogliere le sfumature di uno stile così ricco e soprattutto maturo per un ragazzo alla prima vera esperienza editoriale. Infatti è davvero da apprezzare come l'autore riesca a calarsi nella mente di personaggi estremamente distanti da sé e dalle proprie esperienze: sempre utilizzando un "io narrante" dà voce ai sentimenti di donne - anche di generazioni più anziane -, di un assassino, di carcerati, di madri, di un santone colpevole di un suicidio di massa. Ogni racconto è connotato individualmente da uno stile proprio ed è interessante analizzare come egli riesca a plasmare ogni volta un linguaggio adatto a raccontare situazioni così varie tra loro. La raccolta è unita da rimandi interni e da una sottile struttura che lega tra loro i racconti: i primi tre sono incentrati su figure femminili, altri sul tema dell'incarcerazione, del senso di colpa e della morte; in chiusura troviamo una lettera dedicatoria alla madre, meravigliosamente scritta e dal lirismo struggente. Ma cosa sono questi fantasmi di cui parla Dadati? Sono quelle voci, quelle presenze latenti nell'anima che spingono nell'inconscio, e che, seppur invisiili e a volte silenziose, condizionano fortemente la vita dell'uomo. Più di tutto ci portano a tendere verso l'Altro, e quindi a trasformare il nostro "io" in un "noi". E sarà questa la prova che dovrà affrontare ogni personaggio del libro: la fine della propria solitudine.
Dadati, talmente bravo, talmente tiepido
Ragionati racconti di un narratore in erba
Davide Brullo, Il domenicale
Non ci fosse la storia della letteratura, non ci fosse Dürrenmatt e la O'Connor, Cortázar e Landolfi, si sarebbe tentati di gridare al miracolo. Perché questo è un tempo in cui vengono sfornati una quantità di libri assai curati, onesti, non pretenziosi e felici. Come questo di Gabriele Dadati, che pur essendo giovanissimo (1982), scrive già come un vecchio lupo di mare. E non lo diciamo esagerando.
La serie di racconti - ecco il motivo dei nomi di cui sopra - che egli ha radunato in questo libro d'esordio è stupefacente per la varietà di registri che tocca. Vi è il breve testo intimista (Vittorio si è scavato una nicchia), il delirio con stoccate noir scritto simulando una sbobinatura (Leros), una lettera quasi metafisica (Cara Manuela), vi è l'anamnesi a unico sguardo di una coppia di amanti con occhiate a Calvino (L'avventura di due sposi), e c'è molto altro ancora. Ed è, questo e quest'altro ancora, molto studiato, competente, preciso. Non vi sono sbavature, certo, come non ci sono motivi per balzare su una sedia e urlare al miracolo dell'inizio.
Dadati maneggia benissimo le molteplici strutture di cui è composta la letteratura. Sa cosa vuole e come ottenere ciò che vuole. Potrebbe essere un perfetto insegnante di "scrittura creativa". Ha una capacità investigativa di incunearsi nelle storie che narra sorprendente. Eppure, ma questa è fisima nostra di cui potete liberarvi con alata scrollatina di spalle, nel nucleo della forma non ci sono scossoni tellurici. Ogni cosa è tiepida. Volutamente tiepida. Dadati cioè potrebbe continuare a intrattenerci così per altre centinaia di pagine, di cui noi godremmo, certo, ma di cui non sentiremmo l'intrinseca necessità che fa di un libro un capolavoro.
Ma chiediamo troppo, questo è ovvio. Quel grano di presunzione che fa bene a ogni scrittore.
Gli spettri di una vita tutta da raccontare
Ernesto Milanesi, Il Manifesto
Raccontare senza necessariamente arenarsi nella forma-romanzo (quasi un'imposizione: tanto più per giovani esordienti). Animare fantasmagoricamente storie in cui aleggia sempre lo spettro di qualche incompiutezza. Trattenere nelle parole un'impercettibile polvere di piombo sulla libertà dei protagonisti.
Queste declinazioni all'infinito aggettivano la scrittura densa di Gabriele Dadati, che a soli 23 anni lascia implodere nove racconti più "una lettera di dedica alla madre". Piacentino figlio di insegnanti, ragazzo con una solida bibliografia assimilata e il debito postumo ai Quaderni, sorprendente miniera di conoscenze letterarie, con i numeri del critico d'arte e il profilo dell'intellettuale nell'epoca del Web - ha scelto il giorno di san Valentino per dichiararsi in libreria con Sorvegliato dai fantasmi.
Non il romanzo da "nuovo scrittore". Ma racconti distillati nell'alambicco di un biennio, con la cura e la pazienza pretese dall'artigiana dedizione alla narrazione autentica. Dadati pretende lo stesso impegno dal lettore, che non può distrarsi mai e magari deve superarsi nella comprensione di qualche pagina. "Mi piace l'idea che la prosa sia una specie di colata lavica, lenta e implacabile. I fantasmi, che sono le voci che raccontano, sono dappertutto. Rendere giustizia ai fantasmi è uno dei compiti della narrazione di questo libro" confessa alla vigilia delle presentazioni e del verdetto dei critici di professione.
Assaggiato in bozze e metabolizzato "in carne e ossa", Sorvegliato dai fantasmi si conferma una prova d'autore in perfetta sintonia con lo stile della casa editrice Pequod che ha scoperto Mario Desiati e Mattia Signorini o pubblicato (purtroppo, senza i riscontri che avrebbe meritato) Martino Gozzi. Voci "autorevoli" a dispetto dell'anagrafe. Narratori solidi di una generazione vittima degli stereotipi. Lampi di speranza nel buio delle classifiche da marketing editoriale. Comunità periferica che però sa centrare il cuore pulsante di un mondo che intreccia blog, osterie letterarie, riviste in formato pdf e incontri "media-mente" creativi.
Dadati è sempre "sorvegliato" nella sua produzione: lo spettro della coppia, l'eco dei lutti, il ricordo delle assenze, l'introspezione dei legami abitano ogni racconto. Soltanto Quando saremo veri concede una tregua di leggerezza, saltando da La Valletta a Vigevano con la traccia degli 883 nella differente interpretazione di Max Pezzali e Mauro Repetto. Ma soprattutto grazie alla metafora delle scarpe. Si affaccia anche Mastronardi, citazione della letteratura "minore" del Novecento.
Si riaffaccia, invece, il fantasma di Charles Manson con la "dichiarazione processuale tenuta ben lontana dall'aula". Dadati ci ricorda l'anomalo processo, in cui il procuratore Vincent Bugliosi fa allontanare la giuria prima che Manson parli. "Le parole della difesa che avevo procurato di dire dovevo pronunciarle in assenza delle persone che mi avrebbero giudicato, per non influenzarle. Ma io devo influenzarle, se voglio salvarmi se loro possono decidere il sì e il no della mia vita".
Racconti che scavano inesorabili dentro l'anima dei protagonisti, con il pretesto dello spettro della solitudine davanti alla misura di una vita. L'avventura di due sposi racconta la storia di una coppia di operai con i turni di lavoro sfasati. E Portacenere dispiega i ricordi sull'amico morto, mentre Apocalisse anticipa la scia di morte della cometa di Halley. Pagine destinate a culminare nella lettera di dedica alla madre: "Il libro che hai tra le mani è una restituzione".
Dadati e la sua scrittura schiudono la porta ai nostri fantasmi. Leggere questi racconti "epici", almeno, risveglia la libertà dentro il buio.
Gianluca Mercadante, Fernandel
Chi frequenta letture difficili da reperire sugli scaffali delle librerie, o naviga su Internet alla ricerca di eventuali scrittori da assaggiare, si sarà certamente imbattuto prima d'ora in Gabriele Dadati. E se una cosa su di lui la si può affermare con certezza è che la sua scrittura domina con precisione la misura breve. Fa quindi piacere ritrovare e leggere, con lo stesso stupore, i dieci racconti che compongono questa sua prima raccolta ufficiale: formula perfetta a delineare la poetica di questo giovane scrittore, spesso presente in antologie collettive che di volta in volta lo rivelano sotto luci opposte per contenuti e stili narrativi.
Niente di male. Rimane infatti a testimone di tali metamorfosi la particolare scelta effettuata sui testi qui proposti. Verrebbe quasi da credere che se si fosse trattato di un autore già celebre, detto senza niente togliere al buon Dadati, Sorvegliato dai fantasmi potrebbe tranquillamente rappresentare una sorta di suo "greatest hits". In ogni caso, e ignorando l'esordio assoluto che l'editore dichiara nell'aletta (di Dadati tempo addietro comparì per Nephos un breve romanzo, Il male da dove comincia), il libro si apre con un racconto che difficilmente un autore di bestseller metterebbe in apertura. Vittorio si è scavato una nicchia, questo il titolo, racconta una fase particolare del diventare mamme ed esplora la psiche femminile con una toccante aderenza all'immedesimazione, da cui si evince una notevole maturità espressiva. Altrettanto forti sono Portacenere (dove l'assenza tragica di un figlio scomparso si ricorda in famiglia), Quando saremo veri (curiosa parentesi ironica, a tratti grottesca, protagonisti gli 883 e la storia di una trasversale vendetta passionale che si snoda tra Malta e Vigevano), Chi non c'era (ritratto di un'ossessione, con un bel finale calviniano) e Dichiarazione processuale di Charles Manson tenuta ben lontana dall'aula. Il livello dei racconti mediamente è alto, l'effetto talvolta pesante o "finto" di certi dialoghi, come di alcune lungaggini, tende a non invalidare affatto i singoli impianti narrativi. Sarebbe il caso, per Dadati, di tirare le fila da questo suo lavoro, evidentemente ricco delle tante sfumature diverse che uno scrittore approfondisce ai suoi esordi. Dadati ci sa fare, comunque, ci sa fare altroché, e se le critiche a questo libro, che certamente lo coccoleranno, non gli daranno subito alla testa, saprà regalarci ancora delle bellissime storie. Dulcis in fundo, ottima la copertina. Richiama in pieno i personaggi del libro: schiacciati da pesi invisibili, rannicchiati su se stessi. Sorvegliati, e anche prigionieri, dei fantasmi che diventeranno.
Lo scrittore "sorvegliato" dai suoi personaggi
Stefano Fugazza, Il Nuovo Giornale Piacenza
Il ventitrenne piacentino Gabriele Dadati aveva esordito a diciotto anni nella sua città con un libro di tre racconti, Catene di smontaggio (Berti, 2000), cui avevano fatto seguito il romanzo Il male da dove comincia (Piacenza, Nephos, 2003), oltre che alcuni racconti variamente antologizzati: testi tutti che lasciavano presagire in maniera chiara ulteriori sviluppi e l'approdo all'editoria nazionale. Cosa che è avvenuta all'inizio di quest'anno con il libro di racconti Sorvegliato dai fantasmi, pubblicato da Pequod di Ancona, una casa editrice giovane e orgogliosa per la capacità, già più volte dimostrata, di scoprire nuovi talenti.
Ora quest'ultima raccolta tende a essere considerata il libro d'esordio, cosa parzialmente comprensibile perché è la prima opera che vede la luce fuori dalla città dell'autore ma un po' a torto se così si dimenticano i due primi lavori pubblicati, che abbiamo citato: tutt'altro che trascurabili per precocissima competenza di scrittura e per altrettanto precoce densità di contenuti.
Certo, nei nove racconti che compongono Sorvegliato dai fantasmi si registra una maturità che si è ulteriormente sviluppata, tale per cui il linguaggio appare un campo privo di segreti per il giovane scrittore, in grado di piegare la scrittura al proprio volere che di volta in volta cambia a seconda dell'intenzione narrativa; e d'altra parte la materia del racconto ha perso qualunque suggestione giovanilistica (se ne riscontravano tracce in Il male da dove comincia) a vantaggio di una temeraria ma vittoriosa immersione in tematiche assai varie, quali possono esserlo i rapporti coniugali e l'incubo di un passato straziante, la colpa spinta fino all'omicidio e la malattia, l'odio e l'amore e l'amicizia e, in un solo caso, il gioco tutto narrativo, leggero e grottesco insieme.
E' banale dirlo, ma si rimane stupiti e propriamente increduli per la conoscenza del cuore umano, dei suoi deliri e delle sue passioni, da parte di una persona che ha da poco superato i vent'anni.
A ciò si aggiunga la qualità tutta letteraria dei nove racconti, che per un certo verso sono prove di scrittura, esemplificazioni di un possibile livello linguistico e di una possibile strategia narrativa, tuttavia non esposti al rischio del manierismo, dell'esercizio sapiente ma sterile visto che un fuoco sotterraneo, quello della passione e dell'analisi dei sentimenti (un'analisi talora acuminata fino alla crudeltà), alimenta le varie storie, le giustifica e dà loro un senso. Storie che sono da leggere ciascuna per quello che significa, ciascuna come per un universo a se stante, al di là di un piano che presiederebbe a tutta l'opera creando collegamenti interni e una logica sequenziale.
E' invece vero che i vari personaggi sono accumunati dal fatto di affrontare una prova, ed è vero che in qualche modo le voci dell'uno e dell'altro hanno preteso, come fantasmi ostinati, di essere ascoltate. Ma quest'ultima è più che altro una suggestione letteraria, mentre l'avvicinamento alla verità avviene soprattutto grazie alla bellissima, finale lettera di dedica alla madre (un testo così ampio da costituire anch'esso quasi un racconto, e così qualche recensore comincia a considerarlo), in cui il libro, l'intero libro e tutto ciò che ha concorso a comporlo, si prospettano come una sorta di risarcimento alla madre: per i suoi sacrifici, per il suo stesso dono della vita. Un'altra chiave di lettura e giustificazione per un libro sincero e profondo, che costituisce una tappa importante in un percorso destinato a proseguire con altri esiti di rilievo, con nuove sorprese.
Nove prove opera di nove voci
Marco Nardini, Stilos
Gabriele Dadati non scrive solo dei racconti. Quello che lui fa è già letteratura. Le nove storie raccolte in Sorvegliato dai fantasmi - il suo vero libro d'esordio, anche se ha già avuto modo di muovere i primi passi nell'editoria - sono raccontate da nove voci distinte, ognuna perfettamente autentica e distinta, seppure non siano che modulazioni diverse dello stesso tono autorale, dove in realtà rilevano gli aspetti migliori e più convincenti di quest'opera.
E in queste nove storie ci sono delle prove, che queste voci - che grazie alla sua scrittura diventano identità che puoi immaginare nei minimi dettagli - si preparano ad affrontare. E così Dadati, in un solo libro, riesce a essere una madre che nutre una strana forma di gelosia nei confronti del figlio; una dottoressa che racconta attraverso un nastro registrato la sua incursione all'interno dell'isola di Leros, un manicomio dove rinchiudono i pazzi che non hanno possibilità di redenzione; una moglie che ascolta il marito e un suo amico dialogare, ricordando la scomparsa di un loro caro conoscente; un ragazzo nell'esilarante ricerca della sua fidanzata fuggita con Max Pezzali; un marito che sente lo sfogo della moglie decisa a cambiare la loro vita; l'uomo che crede di essere il solo in una terra popolata da fantasmi; un giovane prete che scrive una lettera dalla sua stanza nel seminario; l'assassino Charles Manson prima di affrontare il processo che gli porterà la condanna; un dottorino alle prese con un anziano paziente in fin di vita nel periodo in cui la Cometa di Halley sta per investire il pianeta Terra con la sua chioma.
Quello che più stupisce di Dadati è la maturità del suo linguaggio. La straordinaria capacità di saper trattare tematiche profondamente complesse e diverse fra loro, con un linguaggio sempre appropriato. Dadati a ventidue anni sta scrivendo con la potenza espressiva e l'uso delle parole di un veterano della scrittura, sa di cosa parla e sa come parlarne.
I suoi racconti catturano perché creano delle immagini. Mentre li leggiamo impariamo a muoverci all'interno del luogo descritto, e se accade un avvenimento inaspettato anche noi sobbalziamo, se l'autore ci vuol far provare pena, struggimento, dolore, odio, allegria, ecco che ci riesce benissimo e tutte queste emozioni prendono forma nella maniera più dettagliata e precisa.
Sono immagini che ti restano incollate nella memoria anche dopo averle lette. Ci sono storie che colpiscono per aver indotto alla riflessione, alla considerazione di particolari che spesso nel nostro quotidiano tralasciamo, ma che Dadati, come un chirurgo della scrittura, seziona e ci fa tirare fuori dalle pagine, per farci fermare ancora un attimo dopo la lettura, per non lasciarli passare subito, per dedicare un momento in più alla bellezza della meditazione.
Le voci di Gabriele Dadati in Sorvegliato dai fantasmi
Elisabetta Liguori, www.musicaos.it
Ci sono matti che dicono di sentire le voci, schizoidi, mistici, maniaci ossessivi; a volte è gente solo un po' distratta, con la testa tra le nuvole e comunque non per forza malata. Al più gente strana, come si dice, magari pure simpatica. Ci sono individui nella cui testa ronzano miriadi di parole, parole di altri e di altre vite, s'agitano tanto impetuosamente che farle venir fuori, più che un piacere, a volte è una necessità, al fine di scongiurare la morte .
Molti tra questi finiscono per credersi scrittori, alcuni per diventarlo davvero.
Anche Gabriele Dadati ha delle voci in testa, stentoree. E' chiaro che è così. Una o più voci per ciascuno dei suoi racconti. Suadenti, come questo libro che le raccoglie.
E questo giovanissimo scrittore, sin dal suo quasi-esordio letterario, per farle udire a chi legge si serve di una prosa lucida, sorprendente, che procede spedita per scalini logici, fino in cima, senza mai allontanarsi dal centro della terra, dal quel posto piano che lui stesso definisce come l'unico sicuro: la scrittura; l'unico al mondo che accolga tutte le voci, a prescindere dalla loro provenienza.
Mi rassicura l'idea della scrittura come riparo, come luogo. Una sorta di covo segreto, con pareti, intonaco, serramenti, infissi. Tangibile. Geograficamente localizzabile. Quello che più mi ha colpito, infatti, nelle narrazioni di Dadati, è stata proprio quest'evidenza, la raffinata fisicità, crudele eppure pietosa. Lo scrittore pone delle domande le cui risposte si toccano con le mani, passano per il corpo dei protagonisti delle sue storie, sono arti, pelle, gambe, occhi e restano dentro la scrittura come dentro una stanza.
E, come scrive di recente in un'intervista Simona Vinci giusto a proposito di stanze, luoghi di passione, di nascondimento o disvelamento, queste strane stanze del racconto sembrano elastiche. Le storie che le riempiono ne moltiplicano lo spazio metrico, ne dilatano i confini spaziali. Le porte di accesso, se pur sigillate, ne alimentano contestualmente sia il senso di tutela, che quello di libertà. Qui non c'è il male reale, non piove davvero, la fatica del corpo è lontana. Puro illusionismo, come per la bella ballerina, segata a metà nella scatola dal mago, che resta integra, sorridente e ancor più affascinante. Perché la narrazione di una voce, la difende, se pure accarezzandola con la punta di una lama, la comprende, l'amplifica spingendola verso l'infinito. C'è poi da considerare anche che, chi scrive con talento e ostinazione, continua a farlo e a sopravvivere, perché si crede un eroe soprannaturale, infinitamente potente, e questa illusione di potenza lo salva a volte dal degrado, dal nulla, dall'insoddisfazione. Dietro la scrittura c'è spesso un'idea folle di onnipotenza. L'idea cioè che colui che scrive abbia l'accesso esclusivo a tutte quelle meravigliose stanze del racconto, che sia un predestinato della parola, chiamato a ricostruire l'universo umano, a immortalarlo, a preservarlo dal quotidiano male di vivere.
A tal proposito mi vengono in mente, ad esempio, personaggi, disperati ma caparbi, creati da scrittori come Bukowski, Fante, i loro noti alter ego pazzi di potenza, a volte ironici, a volte no, soli accanto agli dei, pronti a percorrere fino in fondo la strada verso la parola, a gridare dolore o gioia per conto del mondo, irresistibilmente diretti verso una risata perfetta.
Non so se Gabriele è uno di questi, di certo è uno scrittore, e dà voce a fantasmi provenienti da ambienti sociali i più diversificati.
Come lo fa? È questione forse di acutissima osservazione, come rivela l'esergo di Emilio Cecchi. Dadati è infatti uno scrittore sentinella. Da oggi, ho deciso, faccio mia questa sua parola, la rubo senza vergogna. La uso ora, e l'userò in futuro, per affermare ancora che uno scrittore deve star vigile quando fa il suo mestiere, concentrato a che nulla sfugga, pronto a raccogliere, senza distrarsi un solo secondo, bellezza ovunque s'annidi, verità labili e trasformazioni microcellulari. Prendere tutto e portare altrove, al riparo. Dadati sembra ben sapere che adesso è quello il suo compito.
Ne L'avventura di due sposi la parola sentinella è una chiave. Questo è, a mio avviso, tra gli altri degni di ugual nota, il racconto più bello, qui le sentinelle sono due: lui e lei, l'uno dell'altra. Un omaggio dichiarato ad un vecchio pezzo di Calvino ed un racconto di grandissima, semplice maestria che mi ha praticamente illuminata. Offre, della vita di coppia, una diversa prospettiva e trasforma l'identificazione fisica di ciascuno nell'altro in una necessità d'amore.
Ci sono uomini e donne che vivono oggi l'amore come assenza, oggi forse più che in passato principalmente per ragioni di lavoro, e Dadati decide di descrivere questa nuova verità sociale in maniera così efficace da consentire al lettore di infilarsi in un lettone, di partecipare fisicamente al sovrapporsi di un corpo ad un altro che non c'è, e goderne a pieno. Solo diventando un'unica cosa, pare potersi vincere l'impossibilità materiale del contatto fisico, così questo desiderio carnale che si nutre di mancanze, di vuoti, questo amoreggiare solitario, è descritto dal giovane autore attraverso l'analisi minuziosa di ogni frammento di pelle coinvolto nel mistero, di ogni particella odorosa, della saliva, dei capelli, di tutto il calore che resiste.
"Succede allora che sia Elide che io dormiamo nella stessa metà del letto…Voleva che rassettassi le coperte dalla sua parte come faceva lei per me: siccome non le davo soddisfazione, allora con dispetto dormiva dove avrei dovuto dormire io. Poi col tempo si è domata da sola…E invece non viviamo mai un tempo che sia nostro, unisono, viviamo in tempi alternati, presi alle spalle da un ricordo dell'altro e con in faccia una premonizione…a questo punto mi succede una cosa stranissima, ed è questa: sentendo ormai sul mio corpo il profumo di Elide, il mio corpo si convince in qualche modo che non so dire, di essere quello di Elide…"
La sovrapposizione tra i due sposi è perfetta; se non c'è uno, c'è l'altro; se uno parla l'altro tace, ascolta, assorbe e cambia idea. E' come sentirsi vicini al cancro della solitudine, ma non malati. Una piccola fortuna chiusa in una stanza su cui fare progetti.
In questa raccolta, aleggiano quindi entità di vario genere: la condivisione, la morte, la maternità, l'uomo e la donna, Dio. S'aggirano, si fanno sentire, ci sono, benché assenti, proprio come fantasmi, quelli fastidiosi che insidiano antiche o moderne dimore con le loro catene sonanti e bianche scie di bava. Nelle sue interviste, l'autore parla di frequente di questi fantasmi, di quelli che lo sorvegliano sin da titolo del libro stesso, e sembra quasi voler attribuire tutto il merito del suo lavoro proprio a loro. Non perizia, la sua, quindi, o perlomeno non solo quella, ma necessità, induzione.
Questi fantasmi di Dadati, al di là della lingua utilizzata per raccontarli, sono uomini posti sempre di fronte al cambiamento, alla svolta, al riconoscimento di sé, ad una prova fatta di piccoli passi. Gente normale, ma di grande fibra morale. Questi uomini, alle prese con i loro doppi, con quello che erano o che sarebbero potuti essere, con il sogno o la possibilità, vivono un passaggio e sono un'immagine fermata nel suo divenire. Viva. Non un giovane o un vecchio, non rappresentanti astratti di una generazione specifica, non icone, ma autentici Pinco Pallo: lui, proprio lui, l'eroe. Un essere umano concreto che tende verso l'esterno, verso l'altro o forse verso l'altrove. Colui che si trova ad essere ad un passo dal cambiamento e che, in attesa, trascorre il suo tempo ad allenarsi, a domarsi, a domandarsi.
Emblematico a tal proposito il viaggio, ricostruito nel racconto dal titolo Quando saremo veri, in cui tal Giovanni Rabat da Valletta va alla ricerca di Max Pezzali, proprio quello degli 883, un mito piccolo, transeunte, eppure significativo. Va alla ricerca del cantante che gli ha rubato la ragazza per vendicarsene. Partito con una certa idea, finisce però per imbattersi in una scarpa. Ma non una scarpa comune, no, una di splendida fattura artigianale; una scarpa che costa fatica, che racconta la storia di una comunità di uomini. Ne scopre l'arte, il tempo narrato per dettagli, la bellezza svelata solo ad occhi competenti e disponibili, e questo finisce per salvarlo e per salvare anche lo stesso Max Pezzali.
In questo racconto è la fabbricazione della scarpa la vera prova da affrontare. La prova che richiede rigore, lo stesso richiesto a Dadati scrittore per la fabbricazione di un libro come questo.
E di perizia tecnica, dinanzi a questa scrittura scrupolosa, misurata, scientifica direi, non può non parlarsi, nonostante il caos delle anime scomposte qui raccontate.
Nonostante la verità che tocca, la scrittura resta comunque un sotterfugio, un trucco. Non possiamo dimenticarlo: un buon libro è sempre il punto d'artificioso incontro tra realtà e finzione, richiede scrupolo, metodo per arrivare, anche se segue la via della pura ispirazione creativa.
L'ultimo racconto, che è anche una lettera dedicata alla madre dall'autore, sembra volerci restituire proprio il senso di questo assunto, spiegarci cioè chi è l'uomo che scrive, da dove ha origine il suo bisogno, per poi ricondurre il libro stesso a quello che è: un oggetto, dotato a volte di miracolosi effetti stranianti, ma rivelatori.
A Pavia fa caldo in questi giorni e bisogna che io faccia molte cose. Tra queste c'è anche tornare a Piacenza col mio libro che è ormai un oggetto. In stazione, prima di prendere il treno, comprerò la carta per impacchettarlo.
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