Il correttore

UN UOMO A CORREGGERE LA REALTA’

Sergio Rotino

La narrativa pugliese continua – lenta e inesorabile, verrebbe da dire – il suo cammino di penetrazione sul mercato nazionale. Così, dopo Desiati, Piva, Dezio e molti altri, il plotone si arricchisce della voce di Elisabetta Liguori che con Il correttore, sua seconda prova narrativa sulla lunga distanza, approda presso l’anconetana peQuod, casa editrice molto attenta al panorama narrativo italiano di qualità a per la quale esordì alcuni anni addietro proprio il tarantino Mario Desiati.
Il romanzo della Liguori è in uscita alla fine di gennaio 2007, noi la incontriamo in modo quasi propiziatorio la mattina del 31 dicembre in un bar nelle vicinanze di piazza Mazzini a Lecce, la sua città, sotto un cielo che promette pioggia mentre il clima rimane troppo mite. La incontramo proprio per parlare della storia – quasi 300 pagine, dense, intriganti – che ha deciso di dare alle stampe. Una storia che si snoda lontana dal salento e dalla puglia, ma con un protagonista, Nicola, uditore giudiziario, che da questa nostre terre proviene e che le dà corpo con una voce narrante al maschile. Tratto caratteristico del lavoro della Liguori, che già col suo primo romanzo aveva utilizzato la stessa strada. «Mi diverte usare una voce maschile», conferma l’autrice. «L’ho usata per puro piacere, per gioco. Poi credo che chi scrive debba avere capacità mimetiche».
E il titolo scelto per questo suo secondo romanzo, quale attinenza ha con la stora che racconti?
«E’ un abito mentale del protagonista, che come magistrato e come marito tende a interpretare la realtà a suo vantaggio, a correggerla. Volevo fosse chiaro da subito. Tutto quello che lui dice, la sua esposizione dei fatti durante tutto il romanzo è una correzione di quanto avvenuto nell’arco dei dieci anni in cui si svolge la storia. Nicola, il mio personaggio prende spunto da un’indagine processuale attorno a un omicidio in cui lui è stato coinvolto e ne rilegge gli episodi piegandoli alla sua interpretazione. Stessa cosa accade per quanto riguarda il rapporto con la moglie che è restata dall’altra parte dell’Italia, nella loro città del sud».
Opera una censura della realtà?
«Infatti. Per questo nel libro una delle cose cui ho dato più importanza sono i dialoghi con la moglie che si alternano al racconto in prima persona. Questi dialoghi sono la realtà non corretta. Nicola sente la moglie al telefono la sera sul tardi. Le racconta quanto avviene. Quella è la realtà vera. Tutto il resto è la sua correzione».
Colpisce nel romanzo il concetto che Nicola a un certo punto della narrazione l’idea gesta un “momento creativo”. Come a dire, qualcosa che il cittadino dovrebbe percepire come certo, può avere un lato quasi magico, intuitivo, non legato alla ragione.
«Il concetto nasce dalla psicologia del personaggio, è un suo atteggiamento, nella vita come su lavoro Nicola è insoddisfatto dello “strumento legge”. Si rende conto che non l;o soddisfa perché non dà giustizia, non dà verità. Allora trova strade alternative. Nell’elaborare questa parte del romanzo mi sono riferita al lavoro di un importante filosofo del diritto, Gustavo Zagrebelsky. Si intitola Il diritto mite. Ma Nicola è un uomo insoddisfatto, questa certezza non gli garantisce i risultati, mentre lui ne vorrebbe avere.Verità di coppia:
i ricordi “riletti”dalla memoria


Rossano Astremo, intervista apparsa sul Nuovo Quotidiano di Puglia domenica 18 febbraio 2007

Un uomo fermo ad un semaforo, mentre sta per andare al lavoro, nel tempo breve richiesto dal passaggio dal rosso al verde, ricorda un caso affrontato quando era ancora un praticante, dieci anni prima . Ne ricorda il fallimento, ricorda ogni dettaglio apparentemente destinato a cambiare la sua vita, ricorda una per una quelle che sembravano delle opportunità, compreso un cadavere e tutto il suo sangue, offerte da quegli anni luminosi, ricorda il periodo in cui tutto sembrava possibile, ricorda tutti i suoi sforzi per correggere la realtà che gli si palesava innanzi al fine di condurla a sé, ad una verità accettabile, alla perfezione, alla bellezza. Il racconto ha quindi il ritmo del ricordo, la sua contraddittorietà, la sua urgenza, la sua fallibilità, e risente dello stato psicologico di chi, anche senza accorgersene, tenta di incidere persino sui ricordi a suo favore, correggendoli per assolversi o per condannare altri. Solo nei dialoghi con la moglie lontana, le telefonate serali, la verità oggettiva viene fuori. Così il racconto in prima persona rappresenta la verità soggettiva, la realtà corretta, le telefonate quella oggettiva in tutta la sua violenza, la sua assurdità. È questa, in sintesi, la storia di “Il correttore”, il secondo romanzo della scrittrice leccese Elisabetta Liguori, edito da peQuod, casa editrice che nel corso degli ultimi dieci anni ha stanato molti narratori di razza, da Giuseppe Genna a Mario Desiati, da Marco Mancassola a Gabriele Dadati.
Evitiamo ogni equivoco. Il tuo romanzo non è un giallo. Certo, c’è un omicidio, un’indagine, tutto segue i crismi della scrittura di genere, ma sembra trattarsi solo di un espediente narrativo per gettare luce sulla vita di Nicola e Angela, i due indiscussi protagonisti del romanzo…
«Sì, la scrittura di genere è stata evocata quasi naturalmente dalla scelta stessa di trattare temi attinenti al mondo della giustizia. Mi è sembrato quello il linguaggio più adatto, d’impatto più immediato, per raccontare il lavoro di chi fa indagini penali, la fatica, il concatenarsi obbligato dei passi. Il linguaggio che il lettore poteva sentire come più familiare, utile a favorire poi una specie di più facile, inevitabile approfondimento del tema stesso. Il genere è la cornice, il quadro è fatto di uomini, dei loro gesti concreti e quotidiani, piccoli e grandi. La differenza quindi sta nel dettaglio,
nell’analisi accurata dei personaggi».
Infatti una delle caratteristiche della tua scrittura è la capacità di entrare con precisione chirurgica nelle menti dei tuoi personaggi..
«I personaggi sono la mia ossessione: mi piace essere precisa, dettagliata, ma non scientifica, risolutiva, mi piace far germinare dubbi, ipotesi. La struttura del giallo si serve sul dubbio, lavora sul dubbio, lo trasforma, ha il dubbio come motore, e quindi risulta affine alla natura del mio
protagonista, Nicola uomo che vuol imparare, e che tenta disperatamente di liberarsi dai suoi dubbi, cancellarli, risolverli e trovar verità».
Al racconto in prima persona di Nicola sulle vicende legate al primo omicidio sul quale ha lavorato si alternano interi capitoli in cui trascrivi le telefonata tra l’uomo e sua moglie Angela. Dialoghi in puro discorso diretto, senza interventi esterni. Pure partiture teatrali. Perché questa scelta?
«I dialoghi sono la parte più importante del libro, sono il suono e le immagini della storia. Quello che se fossi uno sceneggiatore o un regista, forse avrei scritto e filmato più volentieri. Alle domande astratte e personali che la storia pone, si oppongono i dialoghi. Grazie a questi la vicenda evolve, anche nel ricordo. I dialoghi sono la verità: una verità sempre e comunque doppia, perché composta dal fondersi di due personalità, contaminata dai desideri di chi la attraversa, dai suoi bisogni. Qui i
dialoghi sono il motore perché una coppia è motore, mezzo di trasporto. Una coppia comprende le cose del mondo, la sua attualità, attraverso la coppia stessa, finché funziona, e lo fa servendosi delle parole di coppia, nate con il tempo, grazie ad artifici noti solo dalla coppia stessa; sono parole diverse da quelle che gli esseri umani utilizzano nelle altre forme di relazione. Volevo raccontare la verità che nasce da questa comunione e come questa verità, forse la sola che abbiamo, possa essere messa in pericolo dalla distanza. Ora che ci penso ho scritto un libro quindi anche sulle distanze e su quello che siamo costruiti a fare per ridurle».
Quali sono gli scrittori su cui ti sei formata?
«Per la cultura francese ho una specie di venerazione. Il primo libro che ho letto sul serio, quando avevo sedici anni, è stato “Memorie di una ragazza per bene” di Simone de Beavoir, il primo perché quel libro ha materialmente riposizionato le emozioni dentro di me, ha dato il nome alle
cose, mi ha fatto capire che dovevo provare a scrivere. Son passata per Sartre per capire meglio.
Dopo sono stata con Flaubert per un paio d’anni, io e lui e lei, sempre insieme. Avevo 17 anni, a carnevale mi sono vestita da Emma Bovary e così conciata sono andata ad una festa nella casa in campagna di una amica ed ero così presa da questo ruolo che quella sera mi sono pure innamorata
follemente di un cretino, che non si è più fatto né sentire né vedere. Ma
Proust l’ho letto solo per dovere lo ammetto, l’ho trovato faticoso».
Come è cambiato il tuo rapporto con la lettura da quando hai cominciato a pubblicare?
«Adesso leggo per trovare possibili linguaggi. Lo ammetto. Penso sia naturale. Per fortuna con il tempo mi son decisa a passare ad altri narratori. Presto ho scoperto gli americani.
Fante, uno fra tutti, ma anche Capote. Poi Carver, Carver, Carver. Anche i racconti di Salinger.
I racconti brevi sono stati per molto tempo la mia unica misura possibile. Infine Richard Yates. No, non mi accorgo di rubare, ma in realtà lo faccio di certo, soprattutto con i contemporanei, perché mi serve il linguaggio di questi tempi, il suono, il ritmo. Credo di averlo fatto con Antonio Pascale, ad esempio, anche senza volerlo, ché mi piace il rumore che fa il suo ragionare lento, sereno a
prescindere dai contenuti. In realtà se guardo un ambiente qualsiasi, che ne so, per esempio una
strada, anche quella che sta qui sotto, e penso di descriverla, comunque, nonostante il tempo e le letture, in testa mi si accende sempre un vecchio bianco e nero, l’antica passione, un Godard fumoso, il buon Truffaut, un movimento narrativo pieno di scatti e cambi di registro, un Simenon pieno di bruma, di non detti schiumosi tra i quali fra luce, la sua sintesi fulminante, la riflessione concentrica, e i colpi di scena. La tragedia davanti agli occhi sempre imminente, inevitabile, vista con un po’ d’ironia».


Ma quanto parla il magistrato di quell’indagine.

Il romanzo “filosofico” di Elisabetta Liguori, nuovo talento salentino.


Michele Trecca, Gazzetta del Mezzogiorno

Un romanzo è una storia, ma anche (e soprattutto) una voce; non sempre esse coincidono, talvolta c’è uno scarto. Nei “ gialli” di solito la prima col proprio intreccio ( o “plot panciuto”) schiaccia l’altra. Pere tenere il passo di geometrie complesse (o ritmi serrati) ci vogliono personaggi di grande spessore ( non a caso quando qualcuno ne trova ci costruisce lunghi cicli).
Elisabetta Liguori, nuovo talento talentino, con grande brio linguistico è riuscita a sgusciare fra le maglie strette di una storia di “genere” guadagnando al protagonista del proprio romanzo (Il correttore”) piena libertà di parola. Il suo magistrato tiene il campo da campione. Parla ( in prima persona) di quel che gli pare ( con la moglie e con se stesso), al di là delle necessità narrative; tu l’ascolti con piacere, ti perdi nel suo mondo e il “giallo” diventa “inutile” (“un giallo inutile” è il sottotitolo del romanzo) e cioè leggi “a prescindere” dall’attesa del (solito) colpo di scena risolutivo ( che però c’è ed è proprio quello che non t’aspetti).
Naturalmente tutto comincia con un delitto e ruota intorno ad esso. Il nostro magistrato, meridionale, ricorda il suo primo caso, di dieci anni prima, quand’era all’inizio della carriera. Siamo in una città brumosa del centro nord, di media grandezza, quale sia non si sa, non è detto. Il delitto è efferato, 38 pugnalate. La vittima è l’addetto alle pulizie di una libreria di testi sacri, praticamente annessa alla Curia. È un uomo prestante, “ un vatusso”. La proprietaria del negozio- la signora Florio, da due anni è senza marito, l’attività va bene, ma le pesa. Le due figlie adolescenti non l’aiutano, sono in competizione con lei, preferirebbero che la madre gestisse una birreria. Ben presto dalle indagini ( intercettazioni) viene fuori che la vittima era al centro di un giro losco di incontri sessuali di tipo mercenario. Potrebbero essere coinvolti anche prelati. E chissà che col delitto non c’entrino certi affari immobiliari della Curia. Insomma c’è del marcio in città. Il male c’è, e leggendo lo avverti fin dentro le ossa come certo freddo umido invernale, ma il romanzo di Elisabetta Liguori è continuamente ravvivato dal contrappunto solare della voce narrante. Niente di che, il magistrato in questione non è affatto il supereroe del Bene. Piuttosto basso, anonimo nell’aspetto( continua a chiedersi come la moglie abbia potuto preferirlo a tanti altri corteggiatori), afflitto per non riuscire a darle un figlio, ancora soggiogato dalla prestigiosa figura paterna ( anch’egli magistrato), il “correttore” ha più dubbi che certezze, vacilla ma non molla, divaga ma non si disperde: la verità è un vuoto ma lui insiste e con pensieri e indagini segna il perimetro di quell’assenza. Assedia il nulla, lo serra in una morsa. Umilmente ma con tenacia. Sa che la giustizia è solo una questione di “formine sulla spiaggia…i fatti rappresentano la sabbia di grana fine, cioè una materia vasta ma informe; la norma giuridica, invece, è come la formina da sovrapporre alla sabbia, per modellarla. La stella marina, la tartaruga, la torre merlata…il numero dei granelli non è nemmeno confrontabile con le formine a disposizione. Sono grandezze non equiparabili. Lo sanno anche i bambini. Esistono tonnellate di formine giuridiche, ma non un numero sufficiente da contenere tutta la sabbia da cui siamo quotidianamente sommersi”.
Le formine giuridiche sono un’immagine pirandelliana. Il giallo di Elisabetta Liguori ( trentanovenne al suo secondo romanzo) più che poliziesco è filosofico. Fra la nebbia d’una città estranea il suo simpatico magistrato non insegue un assassino ma un ragionevole compromesso con il nostro (perennemente insoddisfatto) bisogno di verità sul mondo e su noi stessi.
Il correttore è un romanzo “de-genere”.


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Esce il romanzo di Elisabetta Liguori Il correttore. Ho scritto una mail all'autrice, che collabora al mio sito web con Chiedi alla pagina:
Il romanzo è costruito molto bene, direi, con professionalità per quanto riguarda il taglio delle scene, e anche il linguaggio con cui l'io narrante ricorda a se stesso. Mi pare un romanzo essenzialmente novecentesco, nel senso che ad una pochezza di azione del soggetto corrisponde una grande quantità di parole, in cui il soggetto stesso si avvolge, e che nella sostanza hanno la funzione di giustificarlo e di obnubilare il suo risentimento. Mi viene in mente quello che per me è stato uno dei testi critici fondamentali per la comprensione della letteratura contemporanea, cioè Il fallimento della parola di Richard Weisberg, in cui si mette in luce la frattura tra parola e azione nel soggetto, che contraddistingue tutta la letteratura alta degli ultimi due secoli. Il tuo correttore infatti parla e parla, ma il suo "correggere" resta un fatto verbale-coscienziale (cui il lettore non sa mai quanta realtà corrisponda), che non produce alcuna azione significativa. A questa improduttività, ben significata dal uo decennale inclinare verso un modo di fare la giustizia meramente impiegatizio - burocratico, corrisponde sul piano privato un matrimonio senza scosse esterne ma anch'esso inclinante ad una routine improduttiva (e ovviamente senza figli). Questa corrispondenza mi sembra uno degli elementi più belli di questo libro. In cui, tra l'altro, si respira a pieni polmoni l'aria asfissiante di una piccola Italia che sprofonda nell'inedia, incapace di afferrare i lati buoni della modernità. E l'altra relazione, che si affianca a quella con la moglie, cioè il rapporto maestro-allievo, anch'essa tende all'appiattimento, e invece di generare un positivo conflitto, si adagia nel quieto vivere: estremamente significativa di un modo di vivere pusillanime-italiota oggi onnipervasivo, di cui ciascuno può fare esperienza. Alla fine, tutto si quieta e si sopisce (ah, quel padre provinciale manzoniano!), le inchieste si addormentano, i conflitti debbono rimanere latenti. Ecco: il tuo è il romanzo della latenza: non un giallo inutile, una autentica rappresentazione dell'Italia di oggi.
Complimenti!

 



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