a cura di Sergio Garbato, Il Resto del Carlino
"Il mio libro generazionale"
Storia di un'educazione sentimentale e di un'amicizia che si incrina
Mi interessa raccontare storie che partono dal quotidiano, ma poi lo fuggono.
"Avevo vent'anni e non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita", così nel 1939 Paul Nizan apriva rabbiosamente il suo primo libro Aden-Arabia. E i vent'anni di chi si accostava alla scrittura e all'arte erano, allora, ma anche prima e dopo, espressione di una rivolta generazionale, di un disordine interiore e di una trasgressione programmata.
Sono passati più di settant'anni e un ventenne scrive il suo romanzo di formazione. Ma non ci sono più i furori e le ribellioni, perché la giovinezza stempera i suoi colori nella nebbia e nel tedio della provincia, in un quotidiano che si declina tra le sedie e le penombre dei bar di periferia, nei sentimenti che dolcissimamente appassiscono in un tran-tran piccolo borghese. Già nei suoi racconti, che gli avevano valso il Premio Tondelli appena un paio di anni fa, il rodigino Mattia Signorini (classe 1980) aveva evocato l'irresoluto respiro della città di provincia, senza rabbia ma con una punta acuta di amarezza, la sensazione che qualcosa stava cambiando per sempre, ma inavvertitamente. Con il suo nuovo romanzo Severo American Bar, edito da peQuod e sui banconi delle librerie tra una settimana, Mattia Signorini torna a immergersi in quella stessa atmosfera uggiosa e umbratile, senza compiacimenti e nostalgie, cercando invece di rintracciare quello che cambia e si perde, sulle tracce di un personaggio che gli assomiglia e che dice "io". Così il romanzo diventa la storia di un'amicizia che si incrina e di una educazione sentimentale che, nel momento stesso in cui diventa consapevole, si lascia alle spalle l'adolescenza.
Come mai un romanzo?
Perché la dimensione del racconto, con le sue storie piccole che si avvolgono di pensieri, non mi era più congeniale. Avevo bisogno di un passo più lungo, di storie in cui succede qualcosa, di personaggi che non si confondono con lo sfondo. E avevo anche bisogno di lasciar perdere il giovanilismo e di raccontare piuttosto la mia generazione, senza però il suo gergo e quel suo linguaggio che ormai sta morendo.
Ci sono dunque dei personaggi che si stagliano dallo sfondo?
Sì, due amici, che sono quasi antitetici, perché uno è instabile, irrequieto, proteso verso il viaggio e il cambiamento, mentre l'altro, che è poi il vero protagonista, appare destinato a un futuro borghese e prigioniero del quotidiano di una città di provincia. Sarà però quest'ultimo a fare un viaggio in Inghilterra, che sarà determinante. Al ritorno niente sarà più come prima. E da questa vicenda il romanzo prende anche la sua struttura, articolandosi in tre parti: la vita in provincia con il protagonista che si guarda vivere, il soggiorno in Inghilterra, in cui lo stesso personaggio esiste attraverso quello che fa, il ritorno e la consapevolezza dei cambiamenti.
Quanto ti ha impegnato questo romanzo?
Avevo cominciato tre anni fa e la prima stesura si era protratta per molti mesi. Poi ci sono tornato su, facendo tesoro dei consigli e delle osservazioni di Fulvio Panzeri, che mi ha indotto a teatralizzare i personaggi e insomma a dar loro la vita. In fondo, quello che mi interessa veramente è raccontare storie, che partono dal quotidiano, ma poi lo fuggono e lo abbandonano.
A cura di Erneto Milanesi, Il Manifesto
Una delle tante città che galleggia nella pianura veneta, lontana da tutte le altre, raccontata da un giovane scrittore.
Rovigo, la città che non esiste.
Ultimo lembo di Veneto, avvolto nella nebbia dell'indifferenza. È Rovigo, provincia d'acqua a ridosso della laguna, città con due fiumi e un'identità che scivola via. Polesine, ancora pianura padana che guarda in faccia l'Emilia dove in mezzo secolo qualcosa è cambiato e molto si è mosso.
Il Veneto si è inventato "modelli", ha prodotto "distretti", moltiplicato saperi, si è arricchito per conto terzi, finanziato speculazioni, bolle e truffe, inventato la Lega, assaggiato il federalismo, guadagnato con il marco e perso con l'euro, proposto perfino miracoli sportivi e perso le sue banche storiche. Una svolta dietro l'altra, un decennio doppo l'altro. E Rovigo sempre lì, confinata nell'eco marginale di ogni cambiamento più o meno epocale. Rovigo non m'intrigo: è il coro che emargina la settima provincia, appestata dalla depressione economica e senza nemmeno l'alibi dell'arroccamento montano di Belluno.
Eppure Rovigo galleggia nella pianura come le altre città venete. La piazza, la torre comunale, il duomo, il teatro, lo stadio e perfino il prototipo di Ateneo. Città d'acqua dolce più genuina di Treviso. Ponte con l'Emilia, come Verona con la Lombardia. Imbarcata in laguna con l'ingegneria idraulica indispensabile alla Serenissima Venezia. Irrigata meglio di Vicenza. Con due fiumi, come Padova. Ma sempre con l'acqua alla gola e mai con un'identità degna di attenzione.
"Rovigo è una città che non esiste. Fuori di qui pochi sanno chi siamo. Allo stesso modo, pochi di noi sanno cosa c'è fuori. È una manciata di case poggiate per terra, un gruppo di strade, e poi la campagna. A recintarla, l'Adige e il Po. È costeggiata da una tangenziale, che arriva da Ferrara o da Padova si limita ad attraversarla, quasi nessuno si ferma", spiega Mattia Signorini, 24 anni, che a Rovigo dedica le pagine più disincantate del suo romanzo d'esordio Severo American Bar.
Terra di passaggio
Descrive un luogo di frontiera solo di passaggio, un posto dove la vita scorre come l'acqua, una città alla deriva senza motivo: "È il confine del Nordest ricco e infaticabile, dei posti dove la gente viene da tutta Italia per cercare lavoro. Gli stimoli arrivano ovattati e sminuzzati, lontani dall'immaginario del veneto industrializzato, come se i confini della città fossero chiusi da una membrana spessa. Non ci sono le corse del dover fare, delle giornate da 12 ore di lavoro che sono la norma del Trevigiano e Vicentino. Non c'è nemmeno quell'aria di svacco festaiolo che ho incontrato tante sere passate a Ferrara o Bologna. Ogni tanto, quando cammino per strada, mi capita di fermarmi, di guardarmi attorno: le case, il muoversi della gente, i marciapiedi pieni di vecchi che parlano di politica ad alta voce. Tutto dà l'idea di un meccanismo che sta andando avanti senza un particolare motivo, fatto di ingranaggi che cigolano e scrocchiano, ma che non hanno alcuna intenzione di fermarsi".
Lo spritz delle 18
Mattia passeggia per Rovigo, scrutando i coetanei. La bicchierata d'osteria, i riti del mercato in piazza, la discussione animata appartengono alle generazioni dell'altro secolo. Anche a Rovigo i giovani sopravvivono con il salvagente delle mode dettate dagli schermi e dai dispay: "Locali da simil-metropoli, in cui maree di ragazzi si infilano per lo spritz delle sei di sera o il post-aperitivo delle otto. Se non resistete al fascino delle griffe e avete speso tutto il vostro ultimo stipendio in un negozio di Dolce&Gabbana, in macchina avete l'ultimo cd di Laura Pausini e il Best dei Blue, se pensate che Fabrizio De Andrè abbia testi interessanti ma somigli al sonnifero che usa vostra nonna, e soprattutto se non leggete un libro da svariati mesi o non ne avete mai letto uno, siete candidati come clienti dell'anno.
I posti più in si chiamano San Marco e Studio 16. Il primo è una sorta di wine bar piazzato al centro del Corso del Popolo, ci si saluta con un "Ciao, cara", "Ciao, caro", si improvvisano movenze da star tra i tavolini incastrati sul marciapiede al ritmo della discodance di ultima generazione. Lo Studio 16 è la discoteca, il must del venerdì sera, macchine e macchinone accavallate sulla statale per Ferrara, mondo dorato e brillantini e parole urlate alle orecchie".
Rovigo resta diversa, radicalmente, rispetto alla sua periferia. Il polesine: campagna sterminata con paesaggi d'altri tempi. A Rovigo e in Polesine, tutti sognano prima o poi di scappare. E non per il "viaggio di formazione" dei ventenni d'ogni epoca aggiornato da Signorini nel suo romanzo.
Indolenza notturna
Bruciore di campagna: così Mattia chiama l'indolenza notturna che si spegne con l'ultima sigaretta all'alba. "Ci sono le strade che cominciano dalla città e ti fanno perdere, si stringono a ogni chilometro che passa, piene di fossi e di cespugli che arrivano fino all'asfalto e sbattono addosso ai finestrini delle macchine, che corrono a curve fino al mare, raccolgono le voci della gente e i fiumi tossici della centrale di Polesine Camerini". È la geografia di viaggi a senso unico, la storia infinita di chi resta prigioniero della corrente: "Birrerie, nascoste in paesini da 500 abitanti, che tengono aperto fino al mattino e non adottano nessun tipo di norma igienica. Strapiene di gente che ci prova ancora, a scherzare sui marciapiedi, a fumare in pace nel cortile di qualche casa. È la gente che ascolta i Clash e versa mezza lacrima sul Cyrano di Guccini, che ha sentito almeno una volta gli Smiths, e crede al rumore delle parole. Questi sono gli illusi. Alcuni di loro, si vede lontano dieci chilometri, vivranno in penombra tutta una vita. Altri, parlano di scappare. E ogni tanto qualcuno ce la fa, a scappare. Sul finire dell'estate uno di loro mi ha detto 'L'ho fatto. Ho venduto la macchina, mi sono licenziato. Vado via'. Così, quando qualcuno scappa, lo salutiamo con la mano alzata, in attesa di andare anche noi".
Il fiume scorre lento
Intanto, a Rovigo ci si rifugia perfino d'inverno davanti al fiume. Tutti pensano al Po, simbolo letterario e insieme incubo delle cronache. Invece, l'acqua dolce che cerca il mare è la stessa che attraversa Verona. "Hanno scritto decine di libri su un fiume, ma hanno preso sempre quello sbagliato. Parlavano del Po, ma noi che abbiamo poco più di vent'anni ci siamo capitati poche volte e sempre per sbaglio. Nelle estati o in pieno inverno, non ha importanza, capita che riempiamo una o due macchine e saliamo sugli argini dell'Adige, dove non c'è mai davvero nessuno, le luci dei lampioni dall'altra sponda che si specchiano sull'acqua…".
L'erba sull'Adige
Confessa Mattia: sulla sponda dell'Adige, la vera fuga dei giovani da Rovigo che non cambia mai. "Sbarchiamo qui in auto. Apriamo le portiere. Mettiamo nello stereo qualcosa che ci faccia saltare. Qualcuno tira fuori dell'erba, qualcuno comincia a muoversi. Eccoli i nostri mini rave da provinciali. È lì che ci facciamo lontani da ogni cosa, che rapiamo la terra e ce la buttiamo dentro, ci dimentichiamo dei diritti e dei doveri, del lavoro, dell'Università, di tutte le condizioni di apparenza. Lasciamo perdere l'esposizione della città ai ritmi del mercato, il fumo cancerogeno di Polesine Camerini che ci ammazza tutti, il tedio delle vite sempre uguali. Di colpo, siamo diversi da tutti gli altri. E non c'importa cosa succederà tra un mese o tra qualche ora o appena rimetteremo in moto e riprenderemo la strada verso casa".
Pubblicato Severo American Bar, il nuovo libro dello scrittore venticinquenne rodigino che nel 2001 si è aggiudicato il Premio Tondelli
Il mio Polesine tra voglia di fuga e certezze
Il romanzo di Mattia Signorini: l'educazione sentimentale di un ragazzo di provincia
Massimiliano Melilli, Corriere Veneto
Gioventù impegnata, gioventù sbracata. Si fanno i conti non solo nella società ma anche in campo letterario, dove lo spartiacque, spesso, è la provincia. Secondo la legge dell'editoria, gli autori che vivono lontano dai centri di produzione libraria sarebbero destinati all'insuccesso. Eppure ai margini si vive meglio: qualità della vita. E di scrittura. L'esempio arriva da Rovigo, dove vive (e scrive) Mattia Signorini, 25 anni, autore di un romanzo di formazione notevole, Severo American Bar. Temi e toni del testo rivelano un narratore di talento.
Di Rovigo, sono note le tragiche alluvioni del Po, il potere di Bisaglia e a volte, gli "eroi" del rugby. Ora c'è lei. Con questo romanzo rivolta uomini e cose della città, senza orpelli o reticenze. Imbarazzato dal clamore?
"Rovigo è un posto come tanti. I ragazzi, e la gente in generale, non sono poi diversi da quelli delle altre città. Sono partito a raccontare una realtà che mi apparteneva da sempre. Ma già dopo qualche decina di pagine Giulio, il protagonista, l'abbandona per andare in Inghilterra e in Irlanda. Credo piuttosto che siano queste ultime le pagine più signficative. I rapporti che instaura con i tre bambini che va ad accudire, la loro mamma mezza hippie, e la bizzarra francese Claire dicono molto più delle tante serate sulle strade di periferia".
Il fiume, Lendinara, i bar, i sentimenti. I giovani e una galleria di luoghi e figure. Sulla formazione di uno scrittore under 30, quanto influisce la vita di provincia?
"La provincia, per definizione, è un luogo talmente stretto che calza addosso come una maglietta di misura più piccola. Se da un lato crea sensi di fuga, dall'altro diventa il luogo dove si è al sicuro, che si conosce bene. Almeno per quanto riguarda Severo American Bar è innegabile il peso che ha avuto, proprio per le prospettive di narrazione, che spesso si ferma a osservare dettagli quasi impercettibili, a cui in genere non si ha voglia di dare peso".
Lei ha vinto il Premio Tondelli per la narrativa inedita. È stato selezionato da "Nuovi Argomenti" per il numero sui nuovi narratori. Che idea si è fatto dell'editoria e quale ruolo ha il Polesine?
"C'è questa leggenda che passa di bocca in bocca, si dice che chi abita dalle nostre parti e vuole pubblicare qualcosa, non ha alcuna possibilità di farlo. Credo sia difficile, ma non impossibile. I centri dell'editoria sono a Milano e a Roma. Ovunque uno abiti, è là che deve andare se vuole proporre i suoi lavori. Di recente anche Padova si sta muovendo molto bene, con Giulio Mozzi editor di Sironi e con MeridianoZero che sta facendo un ottimo lavoro di scouting. Io ho avuto la fortuna di pubblicare con peQuod, che attualmente è una delle migliori realtà nel panorama della narrativa italiana".
"Rovigo non m'intrigo" è uno dei luoghi comuni sulla città, considerata (a torto) ai margini del Nord Est vincente. Lei quale città racconta?
"La Rovigo che racconto in Severo American Bar è più inventata che reale. Girano tutti in bicicletta, non usano i motorini, in tutto il libro non si tira fuori un solo cellulare. Le discoteche passano solo gruppi dal vivo e lasciano ai margini la disco-music. Ma è anche una storia di ragazzi, in cui tutti sembrano uniti da legami di amicizia inossidabili, e tutti, a tempo debito, scoprono che ogni amicizia nasconde qualche crepa".
Dalle pagine emerge la passione per la musica: i Clash, Guccini, gli Smiths. Quanto conta nel suo romanzo?
"La musica è la prima vera droga con cui un ragazzo viene a contatto. È l'acido che porta fuori dalla realtà, basta avere uno stereo e una stanza dove starsene rinchiusi. Anche in questo caso, ho raccontato musiche che tra molte persone della mia età, e tra quelle più giovani, si stanno perdendo. Così Giulio ascolta De Andrè e i Clash, De Gregori e i Nomadi. Che diventano la sua droga. Il lucchetto di cui adulti non hanno la chiave, perché così spesso si limitano a sentire senza provare ad ascoltare".
Ultima questione. Oggi i narratori sono incasellati dentro generi e stili. Quali autori veneti considera vicini e a quale "categoria" vorrebbe appartenere?
"Non mi sento particolarmente vicino ad altri autori italiani, e meno ancora a quelli veneti. Anche se nel tempo ho stretto amicizie con parecchi di loro, e qualche volta usciamo insieme. Direi Marco Mancassola, che apprezzo perché segue uno stile proprio fregandosene di quello che dicono gli altri e non passa il suo tempo a parlare di letteratura; Chiara Zocchi che però è di Varese, a cui mi sento legato per lo sguardo che abbiamo sul mondo e per i suoi modi così belli, da dama dell'800; Pierantonio Tanzola, pittore e fotografo di Padova: mi ha insegnato che per farsi sentire non è necessario urlare; qualche volta basta solo starsene in disparte".